5 mesi. Il calvario di Alaa

“Tutto quello che ci viene chiesto è di lottare per ciò che è giusto. Non dobbiamo pensare a vincere mentre combattiamo per ciò che è giusto, non dobbiamo essere forti mentre combattiamo per ciò che è giusto, non dobbiamo essere preparati mentre combattiamo per ciò che è giusto, non dobbiamo avere un buon progetto o essere ben organizzati. Tutto quello che ci viene chiesto è di non smettere di lottare per ciò che è giusto”.

Sono tra le parole più intense pronunciate da Alaa Abd-el Fattah 8 anni fa, nel settembre 2014, quando venne rilasciato su cauzione e partecipò alla commemorazione di suo padre Ahmed Seif al-Islam, morto mentre Alaa era in carcere. Ahmed Seif al Islam, morto il 27 agosto 2014, è stato per l’Egitto dei diritti umani e della legalità un padre, oggi ancor più rimpianto.

Le parole sono contenute nei quaderni dal carcere di Alaa, nel suo libro che in italiano è pubblicato da hopefulmonster editore (“Non siete stati ancora sconfitti”, traduzione dall’arabo in italiano di Monica Ruocco, introduzione mia).

“Tutto quello che ci viene chiesto è di lottare per ciò che è giusto”: questa la lezione di Ahmed Seif al Islam, che oggi è – amaramente – la chiave di lettura per comprendere la forza di Alaa nell’affrontare il suo sciopero della fame. Da cinque mesi Alaa si priva dell’alimentazione per affermare i propri diritti: occorre avere una forza inaudita che nasce, appunto, da ciò che si considera ineluttabile. “Tutto quello che ci viene chiesto è di non smettere di lottare per ciò che è giusto”. Non smettere, questa è la chiave.

Prosegue  il digiuno solidale per Alaa, che oggi è al giorno 150 di sciopero della fame per i suoi diritti.  Oggi digiunano Daniela Castagno e, di nuovo, Maria Cosentino. Grazie!

Chi vuole aderire al digiuno solidale di 24 ore a staffetta, iniziato il 28 maggio scorso e continuato sino a oggi senza interruzioni, può mandare una email a info@www.invisiblearabs.com