Tutto pieno

La terra di nessuno, sul ponte di Allenby, è ancor più desolata di fine giugno. Sarà per i 40 gradi all’ombra, sarà per il sole abbacinante, sarà per la fila interminabile di autobus che sostano (ieri ne ho contati oltre venti), in attesa di passare dalla parte controllata dagli israeliani. Fila interminabile perché si sono chiuse le scuole, anche nel Golfo, e i palestinesi che vivono e lavorano nella Penisola arabica se ne sono tornati dalle famiglie in Cisgiordania. Uomini, donne, vecchi, l’acqua santa zam-zam nelle taniche, bambini piccolissimi accaldati ma comunque allegri, i più grandicelli stanchi e un po’ nervosi. Tutto pieno, ad Allenby: è estate, le file son lunghe, e la pazienza proverbiale.

Piccolo consiglio al lettore, per evitare le scene di sconforto che ogni tanto vedo dalla parte giordana del ponte di Allenby. Se si vuole attraversare il King Hussein Bridge (Allenby, appunto) occorre munirsi di visto, e cioè richiederlo a qualsiasi consolato giordano. Questo perché Allenby non è un posto di frontiera, bensì, come si dice in gergo, un crossing point. Differenza che dovrebbe apparire, se non ovvia, almeno comprensibile. Giordania e Israele hanno due posti di frontiera, a nord (Sheykh Hussein) e a sud (Arava). Allenby divide la Giordania non da Israele, bensì dalla Cisgiordania, territorio palestinese occupato, secondo la dizione corrente per le Nazioni Unite. Non essendoci dunque una pace, ma una semplice intesa sul crossing point, non ci sono le regole che valgono per le frontiere. Dunque, senza visto rilasciato da un consolato giordano non si passa, perché per i giordani quello non è un posto di confine e dunque non si stampiglia il passaporto. Pratica che, invece, Israele segue.

Senza visto, non si passa, e dunque ci si sottopone ad altri 80 chilometri in taxi per arrivare da King Hussein bridge a Sheykh Hussein bridge, passare la frontiera, e prendere un altro taxi per arrivare a destinazione, Tel Aviv, Gerusalemme, e via elencando.

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