Rocco era il migliore

L’avevo incontrato dopo tanto tempo, tre mesi fa. Ma quel senso di comunanza, di complicità, di tante discussioni insieme non era scemato. Ci eravamo conosciuti or sono un quarto di secolo fa. Sui banchi di scuola, si direbbe. Che erano i banchi della facoltà di Lettere della Sapienza di Roma. La più affollata, quella dove la “selezione naturale” cominciava subito: se riuscivi a superare la massa critica che frequentava le lezioni dei grandi, allora ce l’avresti fatta ad arrivare alla laurea. Poi però, dal secondo anno in poi, si rimaneva in pochi a percorrere i lunghi corridoi di Lettere. Pochi noti, tra lezioni e seminari, tra Asor Rosa e filologia, tra il compianto Giorgio Raimondo Cardona e Petrucci. Costanza, Floriana, Alberto. Io poi mi ero spostata, frequentavo il piano di letteratura e poi scendevo a storia, dove mi sarei laureata. Ma i seminari con Rocco, soprattutto il primo, quello sugli Indifferenti di Moravia, me lo ricordo ancora, come fosse ieri. Serio nel prendere appunti, puntuale e sorprendente nelle domande al docente, brillante quel tanto che basta. Uno serio, insomma. E serio, un po’ pessimista, leale, lo è rimasto sempre. Rocco era il migliore, tra noi.

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