Rocco era sì un mio vecchio compagno d’università, ma era soprattutto uno di quegli intellettuali rari in Italia: serio, tanto serio, forse troppo. Con una sua dimensione etica che è mai tracimata nel moralismo. Anzi. Insegnava a Rebibbia, nel carcere di Rebibbia, e questo lo avevo saputo da poco: la considerava la sua missione, mi hanno detto. Sapevo invece che finalmente aveva espresso la sua parte di scrittore, e con un discreto successo, se è vero che negli ultimi dodici anni aveva pubblicato due romanzi con Feltrinelli ed era poi passato a Mondadori, per i cui tipi erano usciti altri due libri. Certo, non basta per essere famoso, in Italia. Né è poi così necessario esserlo, certo. Ma Rocco si sarebbe meritato qualche riga in più. E noi che facciamo questo mestiere lo sappiamo.
Solo una breve
La vita è strana. La morte anche. E il nostro mondo del giornalismo pure. Poche righe, fredde e deontologicamente corrette, per uno scrittore che muore. Rocco Carbone è morto in un incidente stradale tra il 17 e il 18 luglio, a Roma. Era in motorino: non sappiamo nulla della dinamica, nulla delle cause. Sappiamo che uno scrittore di 46 anni, il sesto romanzo in attesa di essere pubblicato da Mondadori il prossimo settembre, è morto, e l’unico modo in cui l’abbiamo saputo – noi vecchi amici – è stato un tam tam telefonico scarno, intervallato da lunghi silenzi. Uno scherzo del destino: Rocco era stato un ragazzo timido, taciturno, che la vita a Roma aveva smussato.
