Non è semplice da nessuna parte, essere squatter. Ma essere squatter al Cairo è ancor meno semplice. Chiariamoci: li chiamiamo squatter, all’inglese, ma in Italia significa una cosa (ragazzi che hanno deciso una vita di strada e “contro il sistema”), e al Cairo significa “poveri”. Semplicemente. Poveri che costruiscono città-fantasma dove non ci sono fogne e dove le strade sono sterrate. Shantytown, bidonville, periferie “informali”, come dicono gli addetti ai lavori.
E’ su queste case arrangiate, di mattoni non cotti, che si è abbattuta la frana del Moqattam, pochi giorni fa. Massi enormi sono caduti dai fianchi dell’unica altura che esiste al Cairo. Il Moqattam, un plateau che i turisti hanno visto dalla Cittadella di Mohammed Ali. E’ lì che è nata Manshiet Nasser, il quartiere “informale” di oltre 400mila abitanti (ma c’è chi dice che di abitanti ne abbia 600mila). E’ lì che si trovavano le case sepolte dalla frana, e i dispersi che ancora non si sono recuperati (i morti sono già decine).
Ed è sempre lì, a Manshiet Nasser, che si trova la più vecchia, strutturata e importante comunità di zabaleen (la foto è presa da Thawra community), ovvero coloro che raccoglievano l’immondizia al Cairo, prima che arrivassero società non egiziane a gestire la questione dei rifiuti. Gli zabaleen erano un’istituzione, sorta dal nulla da nuclei di immigrati copti arrivati al Cairo. Si erano costruiti un lavoro raccogliendo immondizia e riciclando oltre l’80% dei rifiuti. Un record di cui si era accorto anche l’Onu. Entrare nel loro quartiere, al Moqattam appunto, voleva dire entrare in una discarica a cielo aperto, dove la vita di tutti i giorni – dalla cucina ai preparativi per un matrimonio – si svolgevano (e si svolgono tuttora) nel persistente olezzo di monnezza. Una prova dura per le narici e la gola, nonché per la salute stessa degli zabaleen, che riciclavano tutto, compresi i rifiuti speciali. A proposito di invisibili.
