Elogio del freekeh

Ho scoperto che il freekeh comincia a stimolare la fantasia di qualche businessman fuori dal Medio Oriente (questo sito australiano è solo un esempio), e ho trovato anche che comincia a essere trendy tra i vegetariani. Io, però, rimango legata alla vecchia tradizione del freekeh nella cucina araba, in particolare in quella siro-libanese-palestinese-giordana. Rimango legata, insomma, alla zuppa di freekeh, perché è armonica, saporita, e fa pure bene.

Per coloro che non frequentano il mondo arabo, il freekeh è il grano raccolto quando è ancora verde, affumicato e – spesso – spezzato. Si cuoce come se fosse riso, in un brodo di pollo o anche di carne, ma c’è chi – per esempio in Giordania – lo cucina intero di contorno all’agnello. Come che sia, il profumo dell’affumicato mi ricorda le montagne (le Dolomiti), ma non mi fa dimenticare il Mediterraneo. Mentre la consistenza del freekeh è sempre un piacere, perché rimane sodo più di certi risi. Si fa cuocere oltre venti minuti (anche mezz’ora) in un brodo preparato a piacere, da un semplice brodo vegetale a uno di carne. Abolito, per favore, il dado…

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