Perché Ascanio Celestini fa il teatro civile (sociale, d’impegno, chiamatelo come volete) più interessante d’Italia? Perché ha letto Franco Basaglia, che parlava del cuore della questione: la relazione tra un individuo e l’istituzione. Si declini essa in modi diversi, opposti, impensabili: manicomio, famiglia, scuola, campo di concentramento. La descrizione fatta da Ascanio Celestini, stamane, delle fasi del suo lavoro è stata illuminante, per capire il suo teatro. Esperienza, racconto, memoria, le tre che mi ricordo.
Molto bello il racconto del viaggio ad Auschwitz, e del come interpretare quelle casette con tendine alle finestre e fiorellini, che ci sono dentro. Si può vivere dentro un campo di concentramento? I ragazzi che erano con lui trovavano la cosa mostruosa. La risposta è stata: qual è allora la giusta distanza dall’orrore? Dieci metri, trenta, appena al di là del recinto, chilometri, migliaia di chilometri?E se portassimo ai piedi le scarpe fatte da un bambino indiano di cui non vengono rispettate vita e dignità, che diremmo di questa distanza?
Distanza dall’orrore, dal crimine. Vale per la memoria. Vale per il presente.
Alla conferenza tra scrittori italiani e israeliani, stamane, c’era anche Sergio Givone. E la sua insistenza sulla dignità, piuttosto che sui valori, è stata un bel sollievo.