I bersagli del Piombo fuso

Un po’ di differenze, all’interno della politica israeliana, si cominciano a notare. Tzipi Livni ha come obiettivo il rovesciamento di Hamas e nuovi equilibri di potere tra i palestinesi. Ehud Barak appare sempre di più come l’anima di questa operazione (sempre con lo stesso obiettivo della Livni, ma anche – in contemporanea – con neanche tanto nascoste ambizioni elettoralistiche). Mentre Ehud Olmert, dice Haaretz, ha già chiesto al ministero degli esteri di elaborare una exit strategy diplomatica. Intanto, gli arabo-israeliani sono molto arrabbiati, e questo è un dettaglio molto importante, perché l’ultima volta che si arrabbiarono fu all’inizio della seconda intifada. Il fronte interno, insomma, è da tenere d’occhio.

So che sono contro tutte le previsioni, ma mi sembra che questa operazione – che ha avuto precedenti simili negli anni recenti che abbiamo già rimosso (come dopo il rapimento di Gilad Shalit) – potrebbe non durare molto. Ma questa è solo una sensazione, che poggia su quella che mi sembra una conoscenza di Gaza e del potere di Hamas, da parte dei vertici militari e politici israeliani, distante dalla realtà sul terreno. Colpire i centri della sicurezza a Gaza City, oppure l’università islamica, vuol dire – certo – colpire i simboli del potere di Hamas. Ma la realtà sul terreno è talmente intrecciata, che colpire i centri della sicurezza o i ministeri vuol dire colpire in gran parte gli impiegati, non certo i capi, e dunque instillare ancor più odio tra la gente della strada verso gli israeliani. Colpire alle 11 e 30 del mattino, com’è successo il primo giorno, vuol dire colpire le famiglie che aspettano che i bambini tornino da scuola, appunto dopo le 11 e 30. Colpire nel cuore di Gaza City vuol dire colpire le case, i cortili, i passanti. Colpire i poliziotti vuol dire colpire le famiglie dei poliziotti, che non sono le famiglie dei capi di Hamas.

La domanda principale da porsi, secondo me, è però qual era l’obiettivo di Hamas nel provocare (ma solo in parte, l’attacco israeliano – come ha detto Barak – era in preparazione da sei mesi) la reazione di Tsahal. Perché, insomma, Hamas ha preferito attendere l’attacco. C’è una ipotesi interna al mondo palestinese: il dialogo tra Fatah e Hamas non stava andando da nessuna parte. Falliti i negoziati, l’ANP di Abu Mazen ha continuato a seguire una linea politica (sostenuta da israeliani, americani ed europei) che vuole mettere in sicurezza la Cisgiordania e schiacciare Hamas. Il tempo, dunque, stava giocando in termini di sicurezza a favore di Fatah? Forse, anche se non in termini di consenso popolare. L’attacco di Israele su Gaza trasforma la Gaza di Hamas nel simbolo del martirio sotto le bombe potenti di Tsahal, e costringe Abu Mazen (almeno formalmente, ma non sappiamo cosa succede dietro le quinte) ad interrompere i negoziati con gli israeliani. Gaza, in questo momento, non si può abbandonare, in Cisgiordania la tensione cova sotto la cenere, e Abu Mazen è costretto a chiedere un tavolo in cui tutti siano presenti (Hamas compresa) per discutere la situazione.

E poi ci sono Giordania ed Egitto. Sulla stampa è uscita l’indiscrezione che gli egiziani avrebbero dato un sostanziale via libera ai bombardamenti. L’Egitto rigetta l’accusa, Abu Mazen lo difende, ma il sentimento popolare nel mondo arabo è che i regimi siano conniventi con Israele. Hamas, dunque, ha raggiunto un altro obiettivo: allargare ancor di più la distanza tra regimi e società arabe, mentre hezbollah riesce ancora una volta a raccogliere il sentimento della gente della strada. L’Operazione Piombo Fuso, insomma, rischia di rendere ancora più instabili i regimi che Israele vorrebbe blandire. E i prossimi mesi saranno decisivi per capire quale sarà l’eredità di un’operazione, quella israeliana, che ha tenuto nel debito conto la propria campagna elettorale, ma non gli equilibri del mondo che è attorno ai confini di Israele.

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