Istituite le due tregue unilaterali, di Israele e Hamas, ci si comporta come se l’Operazione Piombo Fuso non ci fosse mai stata. I diplomatici ricominciano a fare i sofismi (“aiuti sì, ma non a Hamas”, come se Hamas non ci fosse, nella Striscia, e non avesse il controllo totale del territorio). Il mondo arabo è definitivamente spaccato a metà. I palestinesi (della strada) dimostrano sempre più insofferenza contro i vari poteri. I poteri palestinesi, invece, non riescono ancora a mettersi d’accordo.
E gli israeliani? Alcuni dicono di aver vinto, altri ricordano che hanno deciso l’Operazione Piombo Fuso dopo essersi concertati con europei e arabi, altri ancora si chiedono che cosa sia successo alla società israeliana. Lo fanno gli amici di Tel Aviv, in privato. Se lo chiede, in modo inarrivabile e altrettanto ultimativo, David Grossman. Gli fanno eco altri opinionisti, per esempio su Yediot Ahronot. Ma l’elemento più sorprendente è la richiesta di boicottaggio di Israele fatta da un gruppo di israeliani di quello che per anni si è chiamato il campo pacifista. Nella lista, che il Guardian riporta solo in modo parziale, ci sono persone serie, molto conosciute, come Ruchama Marton, Yael Lerer, Lea Tsemel, Yehuda Shenhav. E come loro, la richiesta di boicottaggio arriva anche da 300 accademici inglesi, e da tutto un mondo che si sta organizzando su internet. E’ però il gruppo di intellettuali israeliani a dire qualcosa che gli altri non dicono: è come se, da quello che una volta si chiamava il campo pacifista, arrivasse un paradossale grido d’aiuto. Boicottateci per salvarci.