La via dei tribunali

La questione sta montando, tanto che le forze armate israeliane non diffonderanno più i nomi degli ufficiali impegnati nell’Operazione Piombo Fuso. Si parla della possibilità di azioni legali contro militari e politici israeliani, addirittura c’è chi propone un tribunale penale internazionale ad hoc, per ovviare al fatto che il Tribunale penale internazionale permanente non ha – per così dire – giurisdizione sui paesi che non hanno firmato la convenzione di Roma. In sostanza, c’è chi pensa di poter tornare indietro alle corti ad hoc istituite per ex Jugoslavia e Ruanda, che invece diedero poi il la per il tribunale permanente. La proposta appare irrealizzabile, ma l’idea sta montando nel mondo dei cosiddetti grassroots movements. Le associazioni per la difesa dei diritti umani e quelle specializzate sulle questioni del disarmo, d’altro canto, stanno già emettendo prese di posizione sull’uso di fosforo bianco, come ha fatto Amnesty International, e di uranio arricchito.

Domenica, al Cairo, alle 14, alla sede dell’Unione Araba dei Medici, a Qasr el Aini, ci sarà una conferenza stampa dei medici dell’associazione appena rientrati da Gaza, con video e fotografie, che parleranno dell’ipotesi di armi proibite usate a Gaza dall’esercito israeliano.

C’è poi un sito israeliano che della possibilità di incriminare i vertici militari e politici si occupa, ma sino a questo momento non ci sa chi lo abbia fatto, e vi siano dietro associazioni pacifiste con nome e cognome.

(nella foto, l’ospedale Al Quds di Tel el Hawa bombardato durante l’Operazione Piombo Fuso)

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