Turisti non per caso

Quella terra dove Jalal continua a fare le sue piastrelle è ambita. Fuori dalla Città Vecchia di Nablus, ma ancora in pieno centro. “Mi vogliono mandare nella zona industriale”, dice seccato. Fuori dall’angusto ufficietto, il vento è forte, e la collinetta di ghiaia lancia in aria polvere. Tutto è polvere, nel laboratorio all’aperto di Jalal, dove i locali in cui si fanno le mattonelle (quelle colorate, quelle che ognuno di noi vorrebbe a casa propria, quelle della Roma di inizio Novecento) sono solo apparentemente chiusi. Le piastrelle si fanno ancora una ad una, nella fabbrichetta di Jalal, ma la tecnologia è arrivata anche qui, e nel cd che Jalal mi consegna ci sono tutti i tipi di pavimento che lui offre. Disegni classici, che uniscono Roma a Nablus, Jaffa a Gerusalemme.
La foto di Jalal è di Mario Boccia, poeta dell’obiettivo, fotografo attento – in alcune istantanee quasi come Salgado – al lavoro e alla sua dignità. E’ stato lui a illustrare, assieme ad Andrea Semplici che ha curato i testi, un esperimento che è l’atto intermedio di un progetto particolare. Targato Ucodep (sul sito dell’ong, è possibile già scaricare le singole guide in formato pdf, in inglese). Guide turistiche di città israeliane e palestinesi, sei città quasi tutte – esclusa Gerico – fuori dal circuito classico dei pellegrinaggi in Terrasanta. Haifa, Akko, Taibe, Nablus, Tulkarem, Gerico, in un percorso di viaggio che non è solo ideale, ma che è un vero e proprio itinerario turistico, già strutturato con un day-by-day di cui le singole autorità municipali stanno discutendo.
C’è chi lo chiamerebbe “turismo di guerra”. Oppure, con un cenno dell’occhio ancor più segnato da sincero disprezzo, “turismo con brivido”. Lo si potrebbe invece definire – con un sociologismo che non mi piace tanto – turismo consapevole. Ma se fosse per me io lo chiamerei semplicemente viaggio. Un viaggio non semplice, come tutti i viaggi che si rispettino.

Lascia un commento