Spiluccature obamiane

Lo studio filologico del discorso di Barack Obama al Cairo è di certo già in corso. E allora, ho deciso di contribuire all’esegesi delle fonti. Non ricorre mai la parola terrorismo, nel testo. E neanche terroristi. Neanche quando si parla dell’11 settembre. Neanche quando si parla del primo punto: violent extremism. E’ un caso? Oppure è perché sulla definizione di terrorismo si è avuto uno degli scontri più pesanti tra Occidente e mondo arabo? Il terrorismo non è ancora definito. L’Onu non ha mai avuto successo, nei suoi sforzi di organizzare una conferenza internazionale per definire che cos’è terrorismo, e che cos’è invece lotta armata e resistenza.

Obama non ha voluto riprendere lo stile di Bush jr, secondo il quale tutto ciò che non era filoamericano era terrorismo. E ha preferito usare un termine più neutro, ma non meno forte, come “estremismo violento”. Un modo per dire: cerchiamo un terreno neutro per parlare delle cose, senza precondizioni. E quando si è rivolto a Hamas, condannando l’uso della violenza, ha parlato di resistance through violence and killing.

Parole nuove, insomma, che secondo me saranno importanti nel tentativo obamiano (e dei suoi consiglieri) di far seguire alle parole fatti molto diversi da quelli del presidente americano che l’ha preceduto. E’ come se il vocabolario usato facesse parte del terreno neutro.

Post scriptum: C’è un articolo interessante, sull’uso neutrale o meno di parole pesanti come terrorismo e simili, in una rivista di anglistica, Textus. English studies in Italy (vol. XX, 2007), scritto da Paola Attolino, docente all’università di Salerno. Si intitola Style Guides and Journalistic Voice: Terrorist, Suicide Bomber or Homicide Bomber?

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