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Ricominciano le esecuzioni extragiudiziali israeliane? Questo è almeno quello che dice Hamas, che sostiene che uno dei leader dell’ala militare, Mahmoud al Mabhouh, sia stato ucciso a Dubai. La pratica degli assassini mirati (Amnesty le definisce esecuzioni extragiudiziali) è vecchia: è una politica seguita da Israele verso i militanti di tutte le fazioni armate palestinesi dagli anni Settanta. Nei confronti di Hamas, si è intensificata per tutto lo scorso decennio, pur avendo un precedente eccellente nel 1997, con il tentato assassinio di Khaled Meshaal ad Amman. Anche allora il premier era Benjamin Netanyahu. Il fallito attentato si concluse con un boomerang per Netanyahu, che fu costretto a liberare sheykh Ahmed Yassin, in carcere con una sentenza all’ergastolo, e a consegnare l’antidoto alle autorità giordane per far perdere efficacia al veleno iniettato da due agenti del Mossad a Meshaal. Dopo gli assassini mirati contro i vertici politici (due i principali, nel 2004, contro Ahmed Yassin e Abdel Aziz al Rantisi), Hamas si è presentato alle elezioni e ha vinto, il 25 gennaio del 2006. E’ apparso allora chiaro che gli assassini mirati non siano stati dirimenti, né per frammentare il movimento islamista né per diminuire il consenso dell’elettorato palestinese. Ora, la strategia degli assassini mirati sembra tornata in auge, con l’assassinio il 20 gennaio scorso di Mahmoud al Mabhouh a Dubai. E’ così, o si tratta solo di un ‘messaggio’, nel quadro della trattativa sullo scambio di prigionieri?

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