Per chi vive nel mondo arabo, la denuncia di Achraf el Bahi sul giornale del Golfo National arriva tardi. Ma è almeno un campanello d’allarme di quelli forti, che esprimono ciò che tutti sanno e vedono. La lingua araba rischia se non di morire, almeno di ammalarsi seriamente. I motivi sono tanti: dalle contaminazioni – quasi estreme – con le lingue dell’ex colonizzatore oppure della nuova colonizzazione scolastica (inglese o francese che siano), alla mancata transizione dell’arabo da una lingua comune (alla latina, insomma), transnazionale e persino transregionale, all’arabo compiutamente nazionale. Nazionale nella letteratura, e non solo nella lingua materna, dell’intimità, della rabbia, del dolore, del chiacchiericcio.
La denuncia di Achraf el Bahi è un giustificato colpo di frusta. Eppure, sembra quasi che proprio di questi tempi l’arabo si stia finalmente e faticosamente liberando dalle catene dell’ortodossia. Lo si vede, per una incompetente come me, da tutto ciò che gira attorno all’arabo usato alla latina. Al Jazeera, i talk show mandati in onda dalle tv saudite, le radio transnazionali (Rotana, per esempio). E poi i canali musicali, internet, il solito elenco della pop culture. E’ proprio lì, in quella standardizzazione al basso che ‘colpisce’ tutte le lingue sane, che sta la possibilità di rinvigorimento dell’arabo. E non è una contraddizione.
Ora, non dico che l’arabo debba passare attraverso il lavacro che ha subito il latino, morendo e rinascendo dalle sue ceneri attraverso le sue lingue nazionali. Eppure, proprio questo sembra un percorso possibile. La differenza, certo, sta nell’arabo come lingua del sacro. L’arabo coranico, che è poi anche l’arabo della Messa che si celebra nella cristianità araba. Io però penso che sia possibile, ed è probabilmente già un fatto, che via siano vari arabi più o meno compiuti. Così come, in alcuni paesi, gli arabi nazionali stanno diventando lingue nazionali interessanti anche sul piano della comunicazione e della letteratura. Darija marocchino in testa. Ma anche – mi si dice – gli esperimenti letterari in Egitto.
Che l’arabo sia un’araba fenice, insomma. Senza troppo allarmismo, ma semmai vedendo quello che di positivo in questa lunga transizione sociale. E dunque anche linguistica.
La foto è di Yasmine Perni
Languages die when they become stagnant. Latin has almost died out precisely because it was locked up in church bookshelves. Arabic, with its elasticity, rhetorical treasures and axiomatic wealth may suffer the same fate if its use is restricted to the classroom, the mosque, and the halls of government.
Arabic deserves a greater chance of survival than what it is currently being offered. Occasional events celebrating it will not push it into every day life. The language must get back in touch with the most mundane aspects of our lives. It must be allowed to grow and change, given room to breathe and stretch its legs out on the streets. Otherwise it will shrivel and die.