E’ un Natale gramo, ma si potrebbe anche aggiungere che è meglio sia gramo piuttosto che tragico, come lo fu quel Natale del 2008 che anticipava l’Operazione Piombo Fuso. Certo, qualche preoccupazione per una nuova escalation di Israele a Gaza c’è. Lo dimostra non solo il Qassam lanciato assieme ad altri dalla Striscia e atterrato vicino all’asilo di un kibbutz, nell’area di competenza amministrativa di Ashkelon. Lo dimostrano i raid israeliani che da un mese martellano da nord a sud Gaza, sino al raid che tre giorni fa ha ucciso in un solo colpo cinque miliziani della Jihad Islamica. Lo dimostrano i ferimenti e le uccisioni, da parte delle forze armate israeliane, di ragazzi e ragazzini che cercano di campare togliendo l’asfalto dalle zone vicine al confine o che vanno a pescare. L’escalation c’è, anche se non se ne sente parlare. Viene da pensare che, da queste parti, quando c’è una impasse o quando si prevede troppa pressione politica, allora si pensa a una soluzione militare… che poi, sempre, porta a una complicazione ulteriore di un conflitto che è già di per sé tanto complicato.
L’esclation l’ha indicata con precisione il capo di stato maggiore israeliano, Gabi Ashkenazi:
“We have increased our operations in the south on the backdrop of terrorists’ attempts to boost their activity. Most of the IDF’s activity in Gaza is directed beyond the fence. We are working some tens and hundreds of meters from the fence, in order to prevent them from reaching communities.”In the past few months, Ashkenazi said, the IDF had initiated 112 operations against terrorists, killing 60. Five of them – affiliated with the Islamic Jihad – were killed on Saturday.
Pensieri pessimistici, stamattina su questo blog, ma dopo oltre sette anni a Gerusalemme e quasi dieci nell’area, il mio proverbiale ottimismo sta subendo colpi pesanti. E allora parliamo di politica, se politica c’è, da queste parti. Qui il quadro è più chiaro: di politica ce n’è pochissima, di politica coraggiosa non se ne parla. Il cosiddetto processo negoziale è bloccato, confermando quello che molti di noi già sapevano quando l’amministrazione Obama cercava con il coup de theatre di inizio settembre di rifar parlare di pace tra israeliani e palestinesi. Le questioni delle colonie e di Gerusalemme rimangono centrali.
Parliamo prima di Gerusalemme? Ma sì. Tanto perché questo è un periodo di leaking, di fuoriuscita di documenti diplomatici, è circolato su internet anche l’ennesimo, il famoso rapporto dei capi missione UE di Ramallah e di Gerusalemme sulla parte est della Città Santa, redatto ogni anno. L’inizio dell’edizione 2010 dice già tutto. Dice, soprattutto, quello che qualcuno – anche tra i politici italiani e i loro consiglieri – non vuole sentirsi dire. Che Gerusalemme è centrale, è simbolo e rappresentazione del conflitto, e che quello che sta succedendo in questi ultimi anni sta rendendo la situazione ancor più esplosiva (il quartiere di Issawiya, per esempio, è ancor più teso di quello di Silwan, che è arrivato agli onori delle cronache). Mentre in alcuni circoli italiani si dice che, insomma, pensiamo prima ad altro, e poi a Gerusalemme, a Gerusalemme si è già creata una situazione che rende impossibile la soluzione dei 2 Stati che tutti auspicano, nella retorica della pace possibile.
The city embodies the essence of the conflict: territory, nationhood and religion. Since its occupation and annexation by Israel (illegal under international law and not accepted by the international community), the increasing integration of East Jerusalem into Israel has left Palestinian neighbourhoods ever more isolated. Israel is, by legal and practical means, actively pursuing its annexation by systematically undermining the Palestinian presence in the city.
Il documento è chiaro, netto, preciso, quasi didascalico, eppure fermo. E’ di quelle letture che chiariscono molto di quello che sta succedendo in città. Con strumenti diversi.
The continued expansion of settlements, restrictive zoning and planning, ongoing demolitions and evictions, an inequitable education policy, difficult access to health care, the inadequate provision of resources and investment and the precarious residency issue have not only serious humanitarian consequences, they undermine the Palestinian presence in East Jerusalem. The interlinked Israeli policies and measures continue to negatively affect East Jerusalem’s crucial role in Palestinian political, economic, social and cultural life. This has contributed to the increasing separation between East Jerusalem and the rest of the West Bank and Gaza. The wider political consequences of the above measures are of great concern. Over the past few years the changes to the city have run counter to the peace process.
Qualche esempio? L’uso strumentale di aree culturali altrimenti considerate (in altri contesti) neutrali. Come l’archeologia.
Attempts to exclusively emphasize the Jewish identity of the city threaten its religious diversity and radicalise the conflict, with potential regional and global repercussions. A clear example of government involvement in settlement activities in the Historic Basin is the outsourcing of archaeological undertakings to private Israeli pro-settlement organisations. The use of archaeology as a politico-ideological tool in the Wadi Hilweh area just south of the TempleMount/Haram Al-Sharif (often referred to as the “City of David” area) is a source of increasing concern. According to historic accounts, biblical Jerusalem originated in this area some 3 000 years ago and the place has been the subject of numerous archaeological excavations throughout the last century.
The management of the various archaeological sites in Wadi Hilweh/City of David has now been largely placed in the hands of a pro-settlement Jewish NGO by the name of El’ad. Over the years this organisation has successfully obtained an increasing amount of government funding for its archaeological undertakings. The organisation has entered into a partnership with the Israel Antiquities Authority which is paid directly by El’ad to physically carry out the excavations without Palestinian involvement or international oversight. Furthermore, with the support of the Jerusalem municipality, El’ad has been successful in securing a contract from the Israel Nature and Parks authority to manage an archaeological visitors’ park in Wadi Hilweh/City of David. Consequently, not only the excavation, but also the presentation of the archaeology of ancient Jerusalem has been outsourced to El’ad.
L’ultima sottolineatura, quella che riguarda la presentazione dell’archeologia della Gerusalemme antica affidata alla El Ad, l’ho provata personalmente, quando sono andata a visitare la Città di David e ho ascoltato le spiegazioni della giovane guida. Tour molto interessante.La cosiddetta archeologia biblica ha raggiunto il suo acmè.
Il rapporto dei capi missione dell’Unione Europea – che non possono certo essere tacciati di essere pericolosi radicali – è solo uno dei tanti rapporti che in questo dicembre sono stati resi noti, da quello di Btselem sul trattamento illegale dei minori palestinesi da parte della polizia israeliana a Silwan (il titolo è triste: Caution: Children Ahead. The Illegal Behavior of the Police toward Minors in Silwan Suspected of Stone Throwing), a quello, già segnalato in un precedente post, reso pubblico da un’altra ong israeliana, Breaking the Silence, sugli ultimi dieci anni di occupazione. Per non parlare dell’altro durissimo attacco di Human Rights Watch, “Separate and Unequal: Israel’s Discriminatory Treatment of Palestinians in the Occupied Palestinian Territories“, in cui l’organizzazione per i diritti umani di base negli USA parla di politiche definite “duramente discriminatorie contro i residenti palestinesi” dei territori occupati,
depriving them of basic necessities while providing lavish amenities for Jewish settlements, Human Rights Watch said in a report released today. The report identifies discriminatory practices that have no legitimate security or other justification and calls on Israel, in addition to abiding by its international legal obligation to withdraw the settlements, to end these violations of Palestinians’ rights.
Le colonie, insomma, sono fondamentali per decidere quale soluzione si vuole per questa terra. E la soluzione dei due Stati, mentre le costruzioni nelle colonie non si fermano, è – per usare un eufemismo – decisamente difficile. Impossibile.
Addendum: piccola nota geopolitica. Il presidente uscente brasiliano Ignacio Lula da Silva non si è limitato a riconoscere lo Stato di Palestina. E’ andato oltre, mostrando cosa c’è dietro. Alla pace, ha detto, non si arriverà sinché l’unico mediatore sarà Washington. Una conclusione sostenuta anche da Jimmy Carter, che plaude alla presenza del Brasile in Medio Oriente. Perché, lo sappiamo tutti, per fare il mediatore bisogna avere almeno, da parte di tutti, la considerazione di essere parte neutrale, arbitro nella contesa. E non tutti ritengono che gli USA lo siano e lo siano stati, in Medio Oriente. I cablogrammi dal 2007 al 2009 usciti in questi ultimi due giorni sul sito di Wikileaks, che riguardano il conflitto israelo-palestinese, mostrano infatti quello che già si sapeva. Gli USA non erano arbitri.
Nell’immagine, la meravigliosa Mappa di Madaba, il mosaico bizantino della chiesa di San Giorgio nella città giordana di Madaba che descrive il Medio Oriente dell’epoca. Il frammento ritrae la Gerusalemme romana e bizantina, con la colonna accanto alla Porta (di Damasco) e il cardo che taglia completamente la città.