Tenerume e calamaretti

Che i  miei lettori mi perdonino: scriverò presto di Egitto (#tweetnadwa, dibattiti politici a Tahrir, nuova costituzione)  e di Gaza (la cattura della Dignitè – Al Karama, che mi tocca ancor di più, visto che tra le sedici persone a bordo del battello pacifista c’era anche Amira Hass, giornalista di vaglia, donna coraggiosa, amica).

Ho deciso, però, che per far cadere la tensione bisogna occuparsi di cucina. Come io faccio spesso, in circostanze di questo tipo, quando la pressione degli eventi comincia a essere alta e c’è necessità di tenere gli occhi (e il cuore) attenti a quello che succede attorno a noi. Allora, parliamo del tenerume. Verdura in uso d’estate soprattutto in Sicilia, in sostanza foglie e germogli di quelle zucca lunghe, verde chiaro. Un mix botanico tra zucche e zucchine, tanto per far capire di che cosa si  tratta a chi poco s’intende di verdura.

Il tenerume è uno di quei must che, d’estate in Sicilia, non possono mancare. Sono pasto di famiglia, da fare con i capellini, o con gli spaghettini spezzati. Fresca, buona, e fa pure bene, la pasta col tenerume (o coi tenerumi) impegna un po’ di tempo, ma solo per scegliere le foglie che più si prestano (quelle meno dure) e quei pezzi di gambo che non sono ancora legnosi. Per il resto, è quanto di più semplice, e anche abbastanza veloce, ci possa essere.

Il tenerume lavato per bene si fa cuocere in acqua, con qualche altra verdura. Io ci metto aglio, carota, sedano, e pezzi di zucca verde, ma  le scuole di pensiero sono tante. Per esempio, una scuola di pensiero dice che a parte bisogna fare un soffritto con olio, aglio, e pomodorini di stagione, per poi aggiungerlo alla fine. Altri, invece, fanno i tenerumi bianchi.

Io, per mio conto, penso che bisogna essere filologici quel tanto che basta per ricordarsi non solo le tradizioni culinarie, ma per avere quel tasso di conoscenza giusta che consente – poi – di modificare un po’ le cose lungo il tragitto. Così, dopo aver rispettato la tradizione e aver aggiunto il soffritto coi pomodorini, ho fatto saltare a parte, in una padella, dei calamaretti freschi freschi che avevo trovato la mattina. Olio, aglio, peperoncino, i calamaretti poi sfumati con un po’ di vino bianco, prezzemolo. Ho aggiunto i calamaretti al brodo di tenerume che bolliva, e ci ho messo – da buona romana – i cannolicchi. Rigati, mi raccomando. Tradotto: quel tipo di pasta corta (cortissima) che in altre regione si chiama tubetti.

Ho spento il fuoco quando la pasta era poco più che cruda. L’ho tolta dal brodo. L’ho fatta riposare e raffreddare, ho aggiunto abbondante olio. L’ho servita fredda, la sera. Era buona.

Il mio sogno? Prepararla presto a una mia amica, molto coraggiosa.

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