In una rivoluzione fatta, ormai da dieci mesi, di appuntamenti determinanti, la “marcia del milione” di oggi pomeriggio è veramente uno di quelli che potrebbe decidere molto, del futuro dell’Egitto. Democrazia o regime, ancora una volta. E non solo perché, anche oggi, Tahrir si potrebbe riempire di un milione di persone, provenienti da tutti i settori sociali del paese, reiterando la carica iconica di una piazza che, ormai, è difficile digerire vuota. Tahrir è quello scatto, quell’istantanea piena di luci, di folla brulicante, di una folla – in maniera singolare – si fa potere e non massa di manovra.
È che la “marcia del milione” tiene alta, per il quarto giorno consecutivo, la questione nodale, centrale, ineludibile. Lo Stato di diritto, condensata nel passaggio dei poteri dai militari a un’autorità civile. Ancora una volta, come sempre è stato in questi dieci mesi, i ragazzi di Tahrir hanno costretto la vecchia politica a seguire la loro linea. E’ successo con la decisione di non accettare compromessi, tra gennaio e febbraio, e ottenere la caduta di Hosni Mubarak. È successo con la spinta, poderosa, arrivata dalla piazza quest’estate per mettere finalmente sotto processo lo stesso ex presidente, e non solo qualche ministro o businessman. Ed è successo adesso, con l’indicazione che il vulnus della transizione è la gestione da parte dei vertici delle forze armate, tutti parte integrante del vecchio regime.
I gattopardi con le stellette non vanno bene, per una sana transizione alla democrazia: questo il messaggio dei rivoluzionari. Non vanno per i tribunali militari, ma soprattutto per questa decisione di essere un settore a parte dello Stato, che decide del resto del paese senza alcun contrappeso. Non va bene, nel nostro modello di democrazia così come in quello che i ragazzi di Tahrir vogliono per l’Egitto. Soprattutto perché, in questo modo, i vertici militari restaurano in altre forme la prima repubblica nata dalla rivoluzione di luglio di Nasser (in blocco, in tutti i suoi decenni di esistenza), e poi perché indicano la possibile via d’uscita per gli alleati occidentali riguardo all’alleanza con l’Egitto. Tradotto: che l’Egitto (civile) faccia un po’ quello che vuole, siamo disposti anche ad accettare la Fratellanza Musulmana al potere, basta che i militari, addestrati nelle accademie statunitensi, ci proteggano i confini territoriali e politici della nostra strategia mediorientale. L’ex ministro della difesa Tantawi, ora a capo del Consiglio Militare Supremo, è uomo affidabile per gli americani, per esempio, convinti che sia lui a salvaguardare il fronte sud di Israele. E dunque, il compromesso sembra proprio essere: i militari con noi (occidentali), e i civili con chi pare agli egiziani.
E’ evidente quanto una simile concezione del futuro dell’Egitto non possa reggere all’urto della Storia e della stessa cronaca della rivoluzione. E’ per questo che la rivoluzione egiziana si deve compiere, ed è probabile che lo show down di questi giorni sia l’inizio di questa seconda parte della prima reale rivoluzione popolare egiziana. E’ per questo motivo, per la lucidità dei ragazzi che hanno combattuto sin dall’inizio i tribunali militari, che io non credo alla naivitè degli attivisti. Credo alla loro determinazione. Credo anche che si siano incanalati in un tunnel quasi impossibile di attraversare, quello della democrazia partecipativa di base, ma sono altrettanto convinta che ci sia bisogno di dare loro ascolto.
Linea aperta di credito politico ai ragazzi, mentre la politica politicante si esercita negli incontri e nei tentativi di uscire da un’impasse pericolosa, a pochissimi giorni dalle elezioni. Se passaggio di poteri ha da essere, come si dovrebbe configurare? Chi – tra i civili – dovrebbe gestire elezioni e transizione? E soprattutto, chi dovrebbe scegliere i civili a cui i militari dovrebbero passare i poteri? C’è l’ipotesi che siano gli stessi militari a sceglierli, un altro atto di questa gestione gattopardesca del post-Mubarak. Una ipotesi difficile da digerire, ma la gestione dello hic et nunc è veramente una questione da risolvere. Subito. E non è ormai possibile pensare che i militari possano governare de facto sino al 2013…
I Fratelli Musulmani, intanto, si sfilano dalla “marcia di un milione” di oggi pomeriggio. Forse per avere più spazio di mediazione, nella politica politicante che conducono da mesi. Basterà loro per non essere sempre più appaiati, nell’immagine, alle manovre dietro le quinte del Consiglio Militare Supremo?
La foto ritrae gli stencil dei martiri e degli attivisti in prigione su un muro del Cairo. Dalle foto e dai video, il centro del Cairo ha cambiato volto almeno in un aspetto: la presenza di graffiti e stencil in gran quantità. L’arte sommersa del web è arrivata sui muri. Una sorta di Olimpo rivoluzionario egiziano in cui si riconoscono Khaled Said, Mina Daniel, la ragazza uccisa a piazza Tahrir divenuta icona del martirologio di gennaio, e Alaa Abdel Fattah, ancora in prigione. Dei ragazzi di Tahrir ho scritto oggi sia sul Fatto Quotidiano online sia su La Stampa.
Difficile, oggi, scegliere il brano della playlist. Ma siccome si è parlato – ahimè – di battaglie e soldati (e non solo poliziotti, almeno negli scontri di due giorni fa), dal mio passato è emerso ancora una volta uno dei brani più gettonati della mia generazione. Banco del Mutuo Soccorso, RIP.
