Val la pena di essere equanimi?

Val la pena di essere equanimi?

Era il titolo di un commento scritto sulla prima fase della guerra dei Balcani da uno dei miei più cari e mai dimenticati amici, Mauro Martini, grande slavista, morto nel 2005. Val la pena di essere equanimi? Val la pena di mettere sullo stesso piano i due contendenti, insomma, e dire che sono uguali, che hanno uguali colpe e uguali ragioni?

Eppure è una domanda cruciale, non solo dal punto di vista meramente politico, ma dal punto di vista etico. Se valga la pena, oggi, di fronte a quello che sta succedendo a Gaza, e sottolineo a Gaza, essere equanimi. Non voglio più fare paragoni. Non voglio più paragonare un razzo sparato da Gaza con un raid aereo su Gaza. Non voglio più sprecare energia a soppesare gli oltre 800 razzi sparati da Gaza con gli oltre 1300 “obiettivi” colpiti dai caccia israeliani dentro la Striscia di Gaza. Non voglio più discutere se la massa della popolazione palestinese di Gaza, sotto assedio da così tanti anni che ce ne siamo dimenticati, sia ostaggio del regime di Hamas, in una striscia di terra di 400 chilometri quadrati in cui si è ostaggio solo della propria disperazione. E della impossibilità di scappare, di scappare in un rifugio (inesistente) o in un campo profughi.

Gaza, dal 1948, è già stata trasformata in un enorme campo profughi, e solo chi non c’è mai stato può pensare a Gaza come a un posto normale, in cui ci sono città, campagna, caserme, sedi di governo, tutte suddivise, tutte distanti, e non invece accatastate, affastellate, mescolate…

Non voglio più essere equanime, se l’equanimità significa ingiustizia. E lo dico dopo aver colloquiato con i miei amici israeliani a Tel Aviv, che le sirene dell’allarme le sentono. Non voglio più essere equanime, se equanimità significa ipocrisia (della comunità internazionale) senza costrutto, mancanza di qualsiasi strategia per il mondo arabo post-rivoluzioni, incapacità di dire al proprio alleato (Israele) che non è permesso fare qualsiasi cosa. Compreso colpire in cinque giorni oltre 1300 obiettivi (e non sono stati tutti obiettivi militari, come dimostra l’ultimo ‘episodio’, il massacro di una intera famiglia, 12 persone, tra le quali 4 bambini), uccidere circa 90 persone di cui buona parte civili, ferirne altre mille, terrorizzare oltre un milione e mezzo di persone con decine e decine e decine di raid ogni notte.

Ho vissuto in Medio Oriente (e soprattutto a Gerusalemme) troppo a lungo perché mi si possa dire che è tutta colpa dei palestinesi e tutta colpa di Hamas. Ho dovuto lottare, nel 2005, perché non si dicesse (come invece si è detto) che Ariel Sharon era un fine stratega, e aveva capito come risolvere il conflitto israelo-palestinese ‘disimpegnando’ Israele da Gaza: ha fatto solo l’ennesimo, l’ultimo danno che poteva fare, tentando ancora una volta di spaccare Gaza dalla Cisgiordania, e dividere la Palestina. Ho dovuto lottare, per tutto il 2006 e il 2007, da Gerusalemme, per far comprendere che non si poteva caldeggiare le elezioni palestinesi, mandare 800 osservatori internazionali, e poi dire che si era sbagliati perché aveva vinto Hamas. Bisognava anzi, pragmaticamente, sfruttare questa occasione per sostenere l’ala pragmatica di Hamas e ‘blindarla’ in una cornice istituzionale.

No, non l’abbiamo fatto. Anzi, per quanto possibile siamo riusciti anche a far emergere l’ala più dura, perché così potevamo continuare a usare le categorie precedenti e bearci di un processo di pace man mano avvizzito, consunto, comatoso. E ora definitivamente morto. Così, abbiamo continuato a leggere la realtà mediorientale secondo una trita visione orientalista che le rivoluzioni del 2011 hanno spazzato via. Ora, parliamo con i Fratelli Musulmani come se niente fosse, dopo averli emarginati per decenni: facciamo affari con loro, chiediamo la loro mediazione (egiziana) su Gaza e siamo diventati più realisti del re. Perché non ci siamo attrezzati prima, siamo stati travolti, e ora facciamo i Realpolitiker di basso cabotaggio.

Non sono equanime, su questa ultima, inutile, vergognosa guerra su Gaza. Ne va della mia dignità, e della mia saldezza morale.

 

La playlist prevede Child in Time, Deep Purple.

“Sweet child in time, you’ll see the line
Line that’s drawn between the Good and the Bad
See the blind man, he’s shooting at the world
Bullets flying, ooh taking toll”

13 commenti su “Val la pena di essere equanimi?”

  1. Grazie Paola, condivido in pieno il tuo punto di vista, nel quale mi sento rappresentata e lo faro’conoscere oggi agli studenti e al pubblico che interverrà al nostro incontro all’Università Roma Tre “Vita quotidiana a Gaza”. Anna Bozzo

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  2. Perché dobbiamo essere tutti palestinesi
    e perché non dobbiamo essere tutti israeliani
    spiegato da Luigi Pintor dieci anni fa

    L’antisemitismo che ho respirato nell’aria da ragazzo e che ho visto in azione con i miei occhi è una cosa che oggi non esiste. Se ci fosse lo sentirei a naso, perché ha una puzza nauseabonda. Era fatto di deportazioni, emarginazione, pogrom, annientamento. Con i miei occh
    i in realtà non l’ho mai visto, perché non ero polacco o tedesco. Ma le fotografie dei campi di concentramento non sono mai uscite dalla memoria della mia generazione e hanno determinato le nostre scelte di vita. Qui da noi c’è gente che specula sull’antisemitismo, con disonestà intellettuale, magari per mettersi in mostra e farne uso commerciale o elettorale. Non meritano attenzione. Ma ci sono molti, ebrei o non ebrei, che invece avvertono un pericolo e reagiscono con veemenza e passione. Credo però che danneggino la loro causa.

    Israele e la sua esistenza come stato non corrono alcun rischio. E’ un paese forte e ricco come pochi ed è garantito come nessun altro su scala internazionale. Solo uno sconvolgimento mondiale potrebbe metterlo a repentaglio così come solo uno sconvolgimento mondiale lo ha fatto nascere.

    Ieri c’è stata a Gerusalemme un’altra strage suicida e quindi non è un giorno adatto per fare questo discorso. Ma invece sì, perché se la vita in quella terra, in Israele e in Palestina ancor più, è certamente invivibile l’antisemitismo non c’entra niente o quasi.

    Lì c’è un conflitto territoriale e nazionale come in tutto il medio oriente c’è un conflitto regionale. E’ carico di storia, di incompatibilità etniche e religiose e di molte altre cose, ma vederlo in questa luce anziché nella sua materialità non porta da nessuna parte. Più è complesso, più va affrontato nei suoi tratti essenziali.

    Un tratto essenziale è il dilemma annientamento-convivenza. Non è per antisemitismo che il mondo arabo non riconosce Israele ma perché lo considera un intruso e lo teme. E non è occupando territori non suoi che Israele garantirà meglio la propria sicurezza e felicità, l’identità e la memoria del suo popolo.

    Non è per partigianeria che ammiro gli ebrei che in patria e fuori, anche a Washington, si espongono a persecuzione per difendere l’immagine di Israele dai danni che la guerra le infligge. Custodiscono una giusta memoria di sé e della propria storia e dànno alla bestia antisemita la risposta più alta.

    Così come i ragazzi palestinesi che lanciavano sassi contro i carri armati hanno praticato una delle più alte forme di lotta di liberazione del nostro tempo, di cui gli attentati suicidi sono un disperato e tristissimo esito.

    Non siamo equanimi? E’ solo che non dimentichiamo che tra i contendenti gli uni sono molti forti e ricchi e gli altri molto deboli e poveri. Pensate che non conti? E neanche dimentichiamo che il razzismo ha oggi per bersaglio nuove vittime totalmente indifese e miserabili. Voi lo dimenticate?

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  3. Paola, non potevi dirlo meglio!

    Qui sono in gioco due valori universali sanciti dalla legislazione umanitaria internazionale: la neutralita’ e la imparzialita’. Neutralita’ significa non schierarsi con alcuna della parti, ossia non prendere posizione circa la giustezza o la validita’ di una determinata causa. Imparzialita’ vuol dire trattare i contendenti allo stesso modo, utilizzando gli stessi criteri di giudizio per valutare le azioni di entrambe le parti senza offrire vantaggi all’uno o all’altro, in base alla affiliazione politica, religiosa, etnia o credo.

    Come ha detto Desmond Tutu, “essere neutrali in una situazione di ingiustizia vuol dire stare dalla parte del piu’ forte.

    “Quando dovrà giudicarci, Dio stesso si troverà a disagio, tanto abile è la commistione di bene e male, così perfetta la nostra tecnica dell’approssimazione all’uno e all’altro estremo. Ogni giorno ci adoperiamo a intricare il processo che ci aspetta, mescolando ignavia e coraggio, angoscia, superbia e umiltà, sicchè l’esistenza diventi un groviglio inestricabile, e soprattutto non sia più di un crepuscolo: se verso la notte o il giorno, toccherà di interpretarlo al Signore. Il quale, certamente, non vorrà degradarsi, competere con noi, giocolieri del compromesso, ed esigere un rendiconto: ci lascerà passare, scrollandosi nelle spalle.
    Dante Troisi. I bianchi e i neri. Laterza, 1965

    Un carissimo abbraccio
    Angelo

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  4. Cara Paola, brava. Un pezzo magistrale che taglia la testa al toro: o stai di qua, o stai di là. Non si può essere equanimi perchè la soluzione proposta da Israele non è equanime. Forse ci potranno salvare gli arabi. Il vertice a tre Egitto-Turchia-Qatar mi auuguro che sia l’inizio di una questione araba che torna agli arabi….Chissà. baci intanto a tutti i Landi caridi.
    Costanza

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  5. …non sono uno specialista della questione, e Paola invece lo è, però non condivido…è comodo tagliare con l’accetta, da una parte i buoni, dall’altra i persecutori cattivi, pur riconoscendo l’arroganza (israeliana) del più forte. Non so se Pintor, uomo di grande onestà intellettuale, oggi direbbe che l’esistenza di Israele non è in discussione di fronte ai giochetti atomici di Teheran. Vogliamo ammettere almeno che l’Iran degli ayatollah, donatore di razzi ad Hamas, non è un modello di trasparenza (perché nasconde migliaia di centrifughe atomiche se vuole soltanto energia nucleare a scopo civile?), e che Israele, con tutti i suoi limiti, è uno Stato democratico e gli altri in Medio Oriente non lo sono e ancora a lungo non lo saranno, mentre la primavera araba rischia di scolorare nel più cupo autunno?

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  6. non e’ una questione di buoni e cattivi.. se la sproporzione di forze in campo e’ cosi’ grande come in questo caso.. e’ semplice.. bisogna stare dalla parte dei piu’ deboli.. e i piu’ deboli sono il quasi mezzo milione di bambini che vivono a gaza e che non possono fuggire da nessuna parte.. poiche’ gaza e’ una prigione a cielo aperto.. e gli israeliani hanno le chiavi.. :((

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  7. …perdono, pensavo che anche in Israele ci fossero dei bambini e rischiassero la pelle come i bambini palestinesi, quando dalla Striscia-prigione lanciano i loro razzetti da nulla. Lo fanno per gioco, come quando alle feste patronali si sparano i fuochi d’artificio, mica per uccidere. Gli assassini, si sa, sono soltanto gli israeliani. Oggi alcuni martiri palestinesi hanno catturato un presunto spione israeliano, l’hanno legato come se fosse un pacco postale, attaccato con una corda a una motocicletta e poi trascinato a lungo, sanguinante, per le strade. Che bella giostra, sono proprio dei giocherelloni i di Hamas.

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  8. Nessuno vuole difendere Hamas, caro Benedetto. E lo sai bene. Ti prego, andiamo oltre gli stereotipi e le banalizzazioni. Le persone che hanno scritto qui sopra conoscono Gaza molto meglio di me, da molti anni, e sanno quello che dicono. Purtroppo, facciamo parte – io e loro – di quegli expat che ne hanno viste tante, troppe. E che hanno assorbito molto dolore, vivendo in Medio Oriente una anormalità quotidiana a stretto contatto con quei civili che sono stati bombardati

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    • Bisogna rintracciare le ultime annate dell’Avanti!, prima che chiudesse nel 1993 o giù di lì. L’articolo di Mauro era quasi sicuramente nella seconda metà del 1991 o nel 1992

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