Privacy. Inviolabile. Fa una strana impressione leggere le indiscrezioni sul lungo (e infruttuoso) incontro tra i magistrati inquirenti italiani e i magistrati egiziani a Roma sull’omicidio di Giulio Regeni. Privacy inviolabile: i magistrati egiziani avrebbero addotto questa giustificazione per evitare di consegnare i tabulati telefonici richiesti.
Privacy inviolabile: per chi è stato per un po’ di tempo al Cairo il concetto di privacy è un concetto che ha poco a che vedere con la inviolabilità. L’esperienza personale e collettiva parla di una vita pedinata, ascoltata, registrata. Un’esistenza che, in termini cinematografici, potrebbe seguire lo stesso modello descritto ne La Vita degli Altri. Ai tempi del regime di Hosni Mubarak, per esempio, le riunioni sociali degli ‘internazionali’ al Cairo erano segnate spesso dai racconti delle intercettazioni telefoniche a cui i giornalisti, come altre categorie, erano sottoposti. All’egiziana, ovviamente. Rumori nella cornetta, rumori ambientali: erano intercettazioni, insomma, quasi alla luce del sole. Per non parlare dell’esistenza degli egiziani segnata dalla presenza di servizi d’informazione capillari. Sin dentro i quartieri. I palazzi. I condomini.
Le intercettazioni erano così diffuse che durante la rivoluzione di piazza Tahrir l’allora ministro dell’interno Mansour al Issawi si era scusato in tv con la popolazione egiziana affermando che “l’era dell’intercettazioni delle conversazioni telefoniche private era finita”.
La privacy non è stata, però, ripristinata con la caduta di Hosni Mubarak. Anzi. Durante il regime di Abdelfattah al Sisi, alla diffusione capillare di informatori si è sommata la sorveglianza del web, delle comunicazioni. La denuncia di nuove modalità nelle intercettazioni e nella sorveglianza delle comunicazioni viene da più fonti. A mo’ di esempio, si possono leggere le conclusioni di una ricerca (The President’s Men. Inside the Technical Research Department, the secret player in Egypt’s intelligence infrastructure) fatta da Privacy International sul Technical Research Data, un nuovo settore dei servizi segreti egiziani che, in sostanza, risponde direttamente al presidente.
Dunque, niente tabulati in nome di una privacy difesa direttamente dalla Costituzione egiziana. E allora leggiamolo l’articolo 57 della nuova costituzione egiziana, entrata in vigore poco più di due anni fa, nel gennaio del 2014. La traduzione inglese della Costituzione – seppur definita ‘non ufficiale’ – si trova sul sito ufficiale della Repubblica egiziana.
“Postal, telegraphic and electronic correspondences, telephone calls, and other means of communication are inviolable, and their confidentiality is guaranteed”.
Garantita l’inviolabilità delle comunicazioni, dunque, ma con le eccezioni del caso, come succede in Italia. E cioè “non possono essere confiscate, rivelate o monitorate eccetto che nel caso di un fondato ordine da parte degli organi giudiziari, per un periodo definito, è solo nei casi definiti dalla legge”.
I magistrati egiziani avrebbero potuto violare la privacy in presenza di fondate ragioni. Quali ragioni più fondate possono trovare, se non quelle che riguardavano un cittadino (italiano, in questo caso) torturato e ucciso?
Singolare, peraltro, che i magistrati egiziani arrivati a Roma per il vertice con la nostra procura, non abbiano tenuto nella dovuta considerazione un altro articolo della Costituzione. Un articolo ben più pesante, dal punto di vista dei diritti. E cioè l’articolo 52, secondo il quale “La tortura in tutte le sue forme e tipi è un crimine che non è soggetto a prescrizione”. Se la tortura è un crimine, e se la tortura mette in gioco la stessa inviolabilità della vita dei cittadini, e se la tortura mette in gioco la “dignità” dei cittadini di cui si occupa addirittura un altro articolo della Costituzione egiziana (l’articolo appena precedente, il numero 51), non sono queste ragioni bastanti perché i magistrati egiziani potessero derogare al rispetto della privacy nelle comunicazioni dei cittadini? Deroga, beninteso, prevista addirittura dalla stessa Costituzione.
Il problema, dunque, non era questo. Non era la privacy, ma ciò che le comunicazioni avrebbero rivelato (comprovato? Confermato?) agli inquirenti italiani. Le ipotesi che si possono fare sono quelle che sono già uscite più e più volte su una parte della stampa italiana. Il coinvolgimento di settori importanti del regime egiziano, che verosimilmente vanno oltre i diversi servizi di sicurezza e di informazione coinvolti.
Viste la gravità delle ipotesi, dei depistaggi, dei rinvii, c’è chi pensa che l’Italia abbia aspettato troppo tempo prima di decidere il richiamo dell’ambasciatore Maurizio Massari alla Farnesina per consultazioni. Per una volta tanto, invece, io ritengo che la tempistica sia stata quella giusta. Graduale e ferma. Sin dall’inizio. Inutile, anzi dannoso, indurire immediatamente le posizioni. Era necessario, invece, costringere gli egiziani a mostrare veramente cosa volevano fare. O non fare. Sono state le autorità egiziane a sommare un ritardo a un altro, una ipotesi investigativa fantasiosa a una ricostruzione degli eventi senza capo né coda, la promessa di duemila pagine di indagini e la mancata presentazione dei documenti richiesti da Roma. Per non parlare della tragedia nella tragedia, e cioè dei cinque egiziani uccisi e qualificati come responsabili del sequestro e dell’uccisione di Giulio Regeni. Solo dopo questa serie di brutte figure del Cairo, l’Italia ha avuto buon gioco, e il richiamo dell’ambasciatore a Roma è stato un atto dovuto, contro il quale il regime di Abdelfattah al Sisi non ha potuto reagire indossando i panni della vittima.
La domanda sul dopo, su cosa fare dopo è una domanda che investe due attori. Il primo attore è l’Italia che in queste settimane è stata ferma e costante nella richiesta di verità e giustizia per Giulio Regeni. Fermezza e costanza dovuti anzitutto alla fermezza e alla costanza della famiglia Regeni. E dovuti poi a quel sentimento diffuso, percepibile, che nasce dal sentire Giulio Regeni come il figlio delle innumerevoli famiglie che hanno mandato i propri ragazzi a studiare all’estero, da cittadini del mondo. Questa parte dell’Italia, trasversale e diffusa, può fare pressioni attraverso molte azioni, importanti nel dipanarsi di questa storia triste: si possono boicottare le spiagge egiziane, e si può premere sul governo italiano perché la nostra presenza economica sia legata al rispetto dei diritti umani e civili.
Vi è poi il governo italiano, che deve – nella storia di Giulio Regeni così come in altre storie – consolidare il proprio ruolo politico nel Mediterraneo, ed evitare allo stesso tempo di essere tutt’uno con i soggetti economici italiani. Una cosa è lo Stato italiano. Altra cosa i grandi soggetti economici italiani. La nostra politica estera e il nostro ruolo internazionale possono andare in parallelo con le politiche economiche delle grandi imprese. Ma non può essere uno strumento nelle mani di chi investe in Egitto, se investire in Egitto non passa attraverso il rispetto dei diritti sindacali e dei diritti tutti. Ne va del nostro ruolo futuro, non solo del nostro potere contrattuale odierno nei confronti del regime di Al Sisi.
Ottimo
Condivido! C’è una cosa che deve essere fatta subito: dichiarare l’Egitto paese non sicuro