Il Club Tenco premia Ramy Essam

Ramy Essam ha vinto il premio che il Club Tenco ha dedicato alla band turca Grup Yorum, che ha pagato e sta pagando a caro prezzo il diritto alla libertà, compresa la libertà di espressione.
Ramy Essam è la voce della rivoluzione di piazza Tahrir. La piazza cairota gremita cantava Irhal (Vattene) assieme al cantautore egiziano, da anni in esilio.
Qualche anno fa, esattamente nell’estate del 2016 (grazie ad Alessandro Leogrande e a Giuliano Battiston che avevano vinto la mia pigrizia) avevo scritto un ritratto di Ramy Essam per quella bellissima rivista che era  Lo Straniero, fondato da Goffredo Fofi. Parlavo di Ramy Essam come uno degli esponenti della  diaspora egiziana.  Molti, dei rivoluzionari, sono nelle città europee. E’ facile seguire la produzione scientifica, artistica, la vita di alcuni di loro. Forse sarebbe il caso di occuparsene un po’ di più. Allora, nel 2016, e oggi ancora di più, nel 2020, nei giorni in cui arrivano dal Cairo le notizie degli arresti dei vertici di una delle ong più serie, lo EIPR. Arresti avvenuti dopo un briefing dello EIPR agli ambasciatori e diplomatici degli Stati europei.

Buona lettura

Da Irhal al Carcere a Colori

Ramy Essam l’Egitto lo ha lasciato. Non si può neanche dire che lo abbia dovuto lasciare, perché non tutti i giovani egiziani protagonisti della rivoluzione di Tahrir hanno scelto di lasciare il proprio paese. Nonostante l’altissimo rischio di essere arrestati, torturati, uccisi. O fatti sparire nel nulla, com’è successo da oltre un anno a questa parte a più di duemila persone.

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Diario del Cairo – La città rifiutata


In attesa di parlare del Cairo al Festivaletteratura di Mantova sabato prossimo, 7 settembre, assieme a Filippo Romano e Luca Molinari (evento n.131), ripropongo un articolo che avevo postato qui sul blog il 28 marzo del 2011, uno dei miei diari dal Cairo. Cairo è una megalopoli segnata non solo dalla tragedia politica di anni e decenni, ma – appunto per questo – dal rapporto che i diversi segmenti della società egiziana hanno deciso di avere con la trama urbana. Riprendo ancora una volta Roland Barthes, e le sue famose pagine sulla città come “discorso”: leggere Il Cairo significa farsi raccontare, dalla città, cosa è successo dei suoi residenti. Dove sono ora, cosa hanno deciso di fare della loro relazione col Cairo, perché sono rimasti, per quali ragioni – al contrario – hanno rescisso la loro storia con la città.

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Caro ambasciatore Cantini…

Lettera aperta di Filippo Landi all’ambasciatore Giampaolo Cantini, in procinto di recarsi al Cairo come nostro rappresentante diplomatico in Egitto.

Egregio Ambasciatore Giampaolo Cantini,

mi perdonerà se mi rivolgo a lei pubblicamente, ma credo che sia importante che si conoscano alcuni fatti alla vigilia del suo arrivo al Cairo. Alla fine di agosto del 2015, anch’io ero in partenza, dal Cairo.

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Di Qatar, Arabia Saudita, controrivoluzioni e “sante alleanze”

5 giugno 2017. Il sole sorge, nel Mediterraneo, su un giorno a dir poco simbolico. Si dovrebbero ricordare i 50 anni dalla Guerra dei Sei Giorni vinta da Israele sulle truppe (e le aviazioni) arabe. 50 anni da una guerra che ha segnato il corso della storia contemporanea mediorientale in maniera indelebile. 50 anni di occupazione israeliana di Gerusalemme est, Cisgiordania, Gaza e Alture del Golan. Un anniversario così, mezzo secolo di storie, lutti, paci fallite, dovrebbe essere un modo per riflettere su ciò che succede oggi in Israele e Palestina.

No, il 5 giugno 2017 non va così. La notizia diventa un’altra. Notizia a sorpresa per il grande pubblico. Paventata dagli esperti. L’Arabia Saudita rompe le relazioni con l’avversario e competitor degli ultimi anni, il Qatar.

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Il prezzo alto pagato dagli egiziani copti

Eccole, le paure che si fanno realtà. L’attentato alla cattedrale copta del Cairo, ad Abassyyia. Un attentato compiuto nella domenica santa per i cristiani, e nel giorno in cui i musulmani si stanno preparando a celebrare il compleanno del profeta Mohammed. Una festa, quest’ultima, sentita da tutti negli strati popolari del Cairo.

Il numero dei morti cresce, e rischia di eguagliare il numero dei morti dell’attentato di Capodanno 2011,

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25 aprile, al Cairo

Erano un centinaio. Non di più. Un centinaio di manifestanti (pacifici) in una delle piazze più conosciute del centro residenziale del Cairo. Piazza al Messaha. Per chi ha vissuto al Cairo, la piazza dove ci sono una delle migliori pasticcerie della città, il McDonald e il Goethe Institut. Una piazza della media borghesia egiziana, in un quartiere comeDoqqi, che è lo stesso dove viveva Giulio Regeni.

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Caso Regeni. Privacy e tortura

Privacy. Inviolabile. Fa una strana impressione leggere le indiscrezioni sul lungo (e infruttuoso) incontro tra i magistrati inquirenti italiani e i magistrati egiziani a Roma sull’omicidio di Giulio Regeni. Privacy inviolabile: i  magistrati egiziani avrebbero addotto questa giustificazione per evitare di consegnare i tabulati telefonici richiesti.

Privacy inviolabile: per chi è stato per un po’ di tempo al Cairo il concetto di privacy è un concetto che ha poco a che vedere con la inviolabilità.

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La vera Realpolitik passa dai diritti

 

Questo articolo lo avevo pubblicato un mese e mezzo fa. Parla di stabilità e diritti. Oggi, dopo le rivelazioni provenienti dal Cairo sul caso di Giulio Regeni, mi sembra il caso di riproporlo. Soprattutto a chi usa la Realpolitik senza etica.

Una terra distrutta da bombardamenti devastanti. Popoli piegati da morte, sofferenza e crudeltà, milioni in fuga dalle proprie case. Fame, povertà. Massacri deliberati. Dittatori spietati. No, non è la descrizione per titoli del disastro in cui versano ampie aree del Medio Oriente e il Nord Africa. È la descrizione dell’Europa a cavallo della seconda guerra mondiale. Un continente in preda a un’instabilità che poggiava su molte, complesse ragioni, ma che aveva nella mancanza dei diritti più elementari il suo peccato originale. image

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Ho letto tante interviste a Hosni Mubarak

… e ho letto anche l’intervista ‘esclusiva’ di Repubblica ad Abdelfattah al Sisi. Presidente della repubblica egiziana Mubarak, sino a che – nel 2011 – il vertice dell’esercito non gli ha imposto le dimissioni per evitare il peggio. Presidente della repubblica egiziana Al Sisi. Non è questa l’unica analogia, tra i due uomini. Anche le modalità dell’intervista, il luogo in cui è stata fatta, il palazzo di Heliopolis, e soprattutto le risposte.

Le risposte dei presidenti egiziani sono spesso simili.

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Parole vuote. Sull’Italia, l’Egitto, e la giustizia per Giulio – Omar Robert Hamilton

Questo blog, come sapete, contiene solamente i miei articoli, le mie riflessioni, i miei pensieri. Raramente faccio una eccezione, perché le eccezioni van fatte. Ho chiesto a Omar Robert Hamilton di mettere sul mio blog la traduzione italiana dell’articolo che ha pubblicato su Jadaliyya. Ed eccola qui. 

Poche parole sull’autore, Omar Robert Hamilton. Regista, attivista, firma analisi e commenti su The Guardian e London Review of Books. Era a piazza Tahrir, al Cairo, cinque anni fa, assieme alla sua famiglia e agli altri ragazzi che hanno fatto la rivoluzione.

Fratture multiple, bruciature di sigaretta, abrasioni, unghie strappate, tutte le dita rotte, decine di lacerazioni su tutto il corpo, sulle piante dei piedi, e sulle orecchie, e per concludere la rottura del collo e il soffocamento. Il corpo di Giulio è stato ritrovato seminudo lungo il ciglio di una strada.

I segni dei servizi di sicurezza egiziani sono immediatamente riconoscibili. Nessuno ha dubbi sulla mano che ha ucciso Giulio Regeni. E così i rapporti diplomatici ed economici tra Egitto e Italia sono stati spinti a forza sotto i riflettori.

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