Il rito del caffè è rito importante, non solo tra i palestinesi. Per i palestinesi, però, può essere il segno di altro. Il catalizzatore di esistenze quotidiane, di relazioni, di politica e di sofferenza. Fare il caffè è, insomma, pensare. Lo ha ricordato Silvia Chiarantini, in Pop Cuisine, il suo meraviglioso blog di cucina palestinese. Un indirizzo che consiglio caldamente a chi vuole imparare non solo a cucinare pietanze palestinesi, ma tutto ciò che c’è attorno, con ironia e gran sorrisi. Raccontando di caffè e biscotti, Silvia ha ricordato la scena del caffè nel mio Cafè Jerusalem, lo spettacolo teatrale che abbiamo portato in giro per l’Italia tra 2015 e 2017 (quanta nostalgia… lo riporterei in giro volentieri). Ecco, allora, la scena del caffè, a cui sono particolarmente affezionata.
Nura: Tutto dentro, tutto. Tutto dentro. Devo chiudere, chiudere la cassa. Chiudere il caffè. Serrare la casa. E portarmi via la chiave.
Devo andarmene. Qui non è più un buon posto. Per vivere. Per essere curati. E magari morirci pure, in questa prigione dove tutti vorrebbero venire.
E poi questa pioggia mi fa male. Tutte le volte che piove, a Gerusalemme, le ossa non mi fanno dormire. È sempre la solita storia. Piove, tira il vento teso, fa freddo. Il deserto di Giudea, laggiù in fondo, Gerico, sono solo un miraggio, quando è inverno. Fa freddo, nelle ossa.
Questi inverni non li sopporto più! Potevo resisterci quando veniva la neve. Ma anche la neve è cambiata. Compare ormai – quando va bene – un giorno all’anno.
Il bollitore! Ecco dov’era andato a finire! È il vecchio bollitore del caffè di Ammo George.
Io i segreti di mia madre li ho scoperti piano piano.
“Mezzo classico, mezzo nero, una bella manciata di cardamomo. Mi raccomando, Nura! Diglielo ad Ammo George, fatti dare la miscela che vuole Umm Sleiman.”
Mezzo classico, mezzo nero. Ma hel, con una bella manciata di cardamomo. Perché tutto parte dalla miscela.
“Altrimenti, vanno da Minas, che già si prende un bel po’ di buoni clienti, su a Bab El Khalil, alla Porta di Giaffa. E invece devono venire da noi, qui giù, alla porta del mercato.”
La porta di Damasco. Lì dove batte il cuore di Gerusalemme.
“Ricorda, Nura. Mezzo classico, mezzo nero, e una manciata di cardamomo”, che Ammo George gettava in mezzo ai chicchi di caffè con quell’indimenticabile movimento della mano. Largo. Come spargere semi sulla terra.
Ricorda, Nura …ricorda… Ricorda, Nura
Nabil: legge i primi versi di una poesia di Mahmoud Darwish in arabo
(per esempio, “La terra è stufa di noi”)
Nura: Mamma… Mamma volava, volava via, mentre faceva il caffè.
Metteva l’acqua sul fuoco. E aspettava che fosse molto calda.
Mio padre, sì, mio padre voleva una media quantità di zucchero.
Wasat, al centro.
Come la sua vita, al centro, per evitare discussioni con chiunque. I britannici, i sionisti che stavano arrivando, i palestinesi…
“Meglio non avere rogne – diceva. Meglio conservare il caffè, la clientela, i soldi”.
Wasat! Wasat!
Te lo ricordi anche tu mio padre, vero, Nabil? Mio padre ti aveva preso, quando eri poco più che un ragazzino. Ti aveva preso al caffè anche se eri cieco, perché l’oud, il liuto lo suonavi come pochi, a Gerusalemme.
E poi tu eri uno hakawati, anche così piccolo. E gli hakawati raccontano le storie, la storia.
Nabil: Allah yerkhamismo. Che Dio benedica il suo nome, Nura. Abu Sleiman è stato per me il padre che non ho avuto. Pensa, quando era venerdì mi accompagnava sino alla porta dello Ahram. Alla grande moschea.
Nura: Dio ti renda merito, Nabil. Mio padre aveva cura di te, come il più piccolo dei suoi figli.
Wasat, wasat! Urlava mio padre dall’altra stanza.
Mia madre, ormai, non rispondeva neanche più. Neanche si irritava più per quel marito che la redarguiva sui cucchiaini di zucchero.
Metteva lo zucchero nell’acqua già bollente, e lo zucchero scompariva subito. E poi metteva la polvere di caffè, un bel cucchiaino per ciascuno. Due persone, due cucchiaini. Cinque cucchiaini per cinque persone. Sei per sei… e sempre un po’ di caffè anche per il bollitore.
“Non fare mai bollire il caffè, Nura! Stacca il bollitore dalla fiamma. Sollevalo! Così. E poi di nuovo giù.
(Nura imita le movenze della madre, porta in alto e di nuovo in basso il bollitore con gesti misurati e cadenzati)
Gira piano col cucchiaino la schiuma che fa il caffè, avanti, sotto, avanti, e poi di nuovo sotto.”
Una, due, tre volte. Il bollitore lontano dalla fiamma. Il cucchiaino fuori e dentro la schiuma.
E la schiuma così, come per incanto, si dirada, come il cerchio fatto da un sasso nello stagno.
Un cerchio nero che si allarga, una pupilla che si dilata.
E’ ipnotico, è come un sogno fare il caffè come lo facciamo noi palestinesi, a Gerusalemme. Perché noi pensiamo, quando prepariamo il caffè. Oppure, oppure non pensiamo a niente, mentre guardiamo il cerchio nero che si allarga, e precipitiamo lì dentro, dentro l’acqua, il caffè, lo zucchero.
Siamo in un tempo sospeso. Come il nostro tempo qui, a Gerusalemme.
la bella foto di Carla Peirolero in scena al Teatro Duse di Genova è di Max Valle.