“Armati di folclore e di stornelli”

Ti incaponisci, pensi di aver la scienza infusa e che nessuno comprenda quanto sei acuta nel leggere la realtà. Poi, per caso come spesso succede girellando su social e web, ti soffermi a vedere e ascoltare un video, uno di quelli fatti col telefonino. Vinicio Capossela a Taranto, alla fine di un suo concerto. Apre un libro e legge alcune righe tratte da un libro di un grande figlio di quella terra. Un figlio che era già riconosciuto come l’intellettuale più profondo e incisivo della sua generazione (generazione? perché suddividere gli uomini e i tempi in generazioni?). L’intellettuale era Alessandro Leogrande, lo abbiamo perso (tutti) il 26 novembre del 2017, quando, di colpo, lo ha preso la morte. Alessandro, nel passo letto da Vinicio Capossela, rifletteva sulla Taranto vecchia, su come la speculazione, l’oligarchia cittadina, un certo capitalismo di provincia avesse snaturato il tessuto urbanistico, e dunque la vita. Ho ritrovato in pieno ciò che è successo a Sambuca di Sicilia, ai vicoli Saraceni, al vecchio centro del paese dove vivo da anni. Abbandonato dopo il terremoto del 1968 (quello del Belice) perché, al posto di risanare le case e dare dignità alle persone offrendo abitazioni decenti, si è preferito costruire un ghetto appena fuori dal vecchio impianto del paese. Si è costruita cioè una specie di new town a poche centinaia di metri, e si è trasformato, proprio come scrive Leogrande, il popolo in sottoproletariato marginale. Succede a Taranto, in uno dei pochi centri industriali (falliti) pugliesi, succede a Sambuca quando per un paese, per un borgo, si cerca di costruire di sfruttare ancora una volta la trama urbana senza ridare dignità a una storia della città. Di sfruttarla ancora una volta, e darle un futuro da baraccone fieristico. Da Disneyland. Ma la vita, “la vita vera non è mai pittoresca”, scrive Leogrande citando Bassani. E io prendo in prestito le sue parole, parole care. Mai avrei potuto trovare parole migliori, quelle scritte da un intellettuale meridionalista che ci manca ogni giorno di più. Eccole

“La storia del Sud è ben strana. Si è deciso di svuotare i centri storici anziché risanarli. Anziché dare servizi igienici, acqua calda e telefoni lì, si è preferito lucrare sulla costruzione dei casermoni popolari a chilometri di distanza. Così si è trasformato il “popolo” in sottoproletariato marginale. E, ora che la mutazione si è compiuta, si ritorna armati di folclore e di stornelli in quei centri, realmente o metaforicamente, disabitati. È un’operazione che nasconde una rimozione: la vittoria degli uccisori di quella cultura oggi edulcorata tanto quanto in passato è stata criminalizzata. Citerò a lungo un intervento di Bassani su Taranto perché dice una grande verità non solo sul passato e sul futuro della città ionica, ma anche sul rapporto patrimonio-sviluppo in tutto il Mezzogiorno: perché la cultura è tale solo se ricondotta alla vita reale, non quando viene vissuta con svago estivo. Sono cose scritte nel 1969 sullo spopolamento del centro storico e sugli eventuali rimedi, ma ancora attuali: “La plebe sottosviluppata che affolla i suoi tuguri, e che chiede case nuove, ha ragione. Ma si faccia uno sforzo. Si comprenda l’importanza oltre che artistica anche morale di Taranto Vecchia: le si dia tutto ciò di cui ha bisogno: tutto ciò di cui i normali cittadini hanno bisogno per vivere da uomini. E sono convinto che, dopo, nessuno vorrà più allontanarsi dalle vecchie pietre fra cui è nato. […] E d’altra parte Taranto Vecchia non era certo, in antico, il ghetto che è diventato! Basta, per rendersene conto ‘leggere’ il suo tessuto urbanistico, i suoi monumenti a uno a uno, con un minimo di scrupolo filologico. Una volta, a Taranto Vecchia, i signori coabitavano col popolo: come a Firenze, come a Roma, come a Venezia, come a Stoccolma. Se domani ci tornassero, tanto meglio. La vita, la vita vera, non è mai pittoresca: con buona pace degli esteti a livello del turismo di massa”. Contro chi avrebbe pensato di restaurare solo pochi monumenti magari con investimenti privati, vendendo la propria versione del passato e stravolgendo tutto il resto, Bassani scriveva: “Occorrerà essere fermi. Non farsi ricattare. Dirgli di no. Perché la poesia non è il fiore sul vulcano. Brama il contesto, esige le strutture. È il riflesso della vita, la prova della vita. E, proprio come la vita, non è mai pura”.”

Questo brano è tratto da un libro ahimè postumo di Alessandro Leogrande. Si intitola Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale, Feltrinelli 2018. La presentazione di questo libro, al Salone del Libro di Torino ci fece sentire ancor di più l’assenza di Alessandro e, al tempo stesso, la sua presenza con noi, che assieme avevamo costruito il programma del Salone. E’ e rimarrà il nostro spirito-guida.

1 commento su ““Armati di folclore e di stornelli””

  1. Non conoscevo Leogrande, ti ringrazio di averne scritto perché le sue parole sono veritiere. Non so se conosci il paesologo Franco Arminio, anche lui affronta le stesse problematiche e ci scrive pure bellissime poesie. Buona domenica

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