“Chissà, un giorno si potrebbe anche parlare delle città crudeli, perché quella ‘crudeltà’ che è nel sottotitolo del mio libro non riguarda solo Gerusalemme. Città crudeli perché fagocitano le energie degli uomini e delle donne che le abitano e le vivono. Città crudeli perché uccidono la propria funzione, quella per cui sono state costruite: tessere la rete delle relazioni, quella che – con una parola ormai sovraccarica di retorica – viene ora chiamata convivenza. Città crudeli perché dimenticano l’Uomo a favore di altro: di fama, di politica malsana, di potere.”
Ho ritrovato un mio vecchio appunto, su carta e poi su web, datato 2013. Ragionavo attorno alla mia “città crudele” per eccellenza, Gerusalemme, all’indomani dell’uscita del mio libro che, appunto, aveva “crudele” nel sottotitolo.
L’ossessione delle “Città Crudeli” non mi ha mai abbandonato. Con Evelina Santangelo l’abbiamo usata come il titolo di una sezione del nostro “Panormos International Weeks”. E oggi ci continuo a ragionare, a spaccarmi la testa, attorno a questo nodo della contemporaneità. Oggi che la pandemia ha reso solo più chiaro, cristallino, quello attorno a cui fiori di urbanisti e studiosi delle città ragionano da decenni: la città (definiamola neoliberale, non solo e non tanto perché va di moda) incubatrice di malesseri, infelicità, malattie e perfino morte perché smarrisce il rapporto con i suoi abitanti a favore di un profitto che alimenta se stesso.
