Pecunia e pallone, anche a Gerusalemme

I soldi degli Emirati Arabi per salvare il club di calcio più anti-arabo di Israele.

Solo pochi anni fa, una notizia del genere avrebbe avuto più spazio in un romanzo distopico che sulle pagine (di carta o telematiche) di un giornale. Ora, è tutto vero: ci sono fiumi d’inchiosto, tweet, photo-op a immortalare l’accordo appena sottoscritto a Dubai per la vendita del 49% del Beitar Yerushalaim a un membro importante della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti (EAU). A siglare l’intesa, il proprietario della squadra israeliana di Gerusalemme, Moshe Hogeg, e Sheykh Hamad bin Khalifa al Nayan, il figlio del presidente degli EAU. Il tutto, grazie ai buoni auspici di un uomo d’affari israeliano, Naum Koen, di origine ucraina e di stanza a Dubai.

La storia del calcio nella storia politica

Perché tanto interesse in una squadra di football i cui risultati non sono stati così brillanti negli ultimi anni, e peraltro tutti racchiusi dentro l’ambito calcistico israeliano? Perché quella squadra, il Beitar Yerushalaim, è un pezzo importante di storia, in Israele. La stessa storia della squadra è infatti tutta dentro un contesto politico ben preciso, vale a dire la destra del panorama sionista, sin da prima della nascita dello Stato di Israele. Il Beitar Yerushalaim era il team espressione del movimento giovanile del revisionismo di Zeev Jabotinski, opposto all’altra squadra di Gerusalemme, lo Hapoel, figlia dello storico sindacato socialista dello Histadrut. Prima del 1991, il Beitar Yerushalaim non giocava al Teddy Kollek Stadium, che ancora non era stato costruito. Giocava al YMCA, il centro sportivo e culturale costruito proprio di fronte all’hotel King David, espressione ancora oggi di una città condivisa dalle tre comunità religiose che assieme giocano a basket, vanno in piscina e frequentano anche il piccolo asilo. Il YMCA era ed è un luogo a parte, con impianti sportivi di tutto riguardo, compresa la pista di atletica e un campo di calcio in terra battuta (immortalata nelle foto dell’archivio Matson conservate alla Library of Congress di Washington). Impianti che dal 2006 sono stati distrutti, per costruire un residence di lusso in uno dei luoghi più ambiti dal punto di vista immobiliare della Gerusalemme ovest.

La propensione verso la destra del Beitar Yerushalaim e dei suoi tifosi non si è mai persa, nel corso dei decenni: a cominciare dalla partecipazione di molti dei giocatori del Beitar a gruppi armati clandestini come L’Irgun, sino al fatto che molti dei fan, nella prima fase della costruzione di Israele, erano elettori del partito Herut e, poi, del Likud. Per anni, anzi, il nocciolo duro del tifo per il Beitar è stato – ed è ancora – nella comunità dei mizrahim, gli israeliani che provengono dai paesi arabi, il punto di forza nella seconda metà degli anni Settanta della vittoria del Likud.   Il dato più interessante, però, riguarda l’idea che gli ultras del Beitar Yerushalaim hanno della città e della questione identitaria.

“Gerusalemme è vista nel suo complesso. La capitale ebraica di uno Stato ebraico. Nessun tifoso del Beitar potrebbe mai sostenere che la città deve essere divisa”, mi aveva detto alcuni anni James Montague, giornalista, esperto del calcio mediorientale e di quello che, attraverso il calcio, mostra i tratti più popolari e profondi della politica e delle dinamiche sociali. “Il modo migliore di analizzare questo aspetto è guardarlo attraverso gli occhi della gente che è stata vicina al club. Ehud Olmert, Ariel Sharon, Benjamin Netanyahu hanno tutti lavorato per il club o ne sono stati tifosi”, mi aveva spiegato Montague, autore di As Friday Comes. Football in the War Zone, che avevo  intervistato per il mio Gerusalemme senza Dio (Feltrinelli, poi tradotto in inglese e pubblicato da AUC Press)

Gli ultras del Beitar Yerushalaim sono noti non solo per un generico razzismo, ma per una spiccata colorazione anti-araba. Nessun giocatore palestinese è mai entrato nella squadra del Beitar, palestinesi che invece giocano nelle altre squadre, dal Maccabi Haifa al Beit Sakhnin, solo per citare gli esempi più noti. Non tutti i fan del Beitar Jerusalem, che secondo le stime ammonterebbero a un milione di persone in tutta Israele, sono – beninteso – razzisti, ma è un fatto che nel corso dei decenni la tifoseria sia stata appaiata, talvolta sovrapposta al razzismo antiarabo.

È frequente per esempio che allo stadio, soprattutto in alcuni momenti in cui si era ‘paventato’ l’arrivo di un calciatore palestinese, compaiano striscioni con un “No agli arabi” in caratteri neri su fondo giallo, i colori del Beitar Yerushalaim. Nel 2013 si era andati addirittura oltre: gli uffici amministrativi della squadra erano stati incendiati dopo giornate di polemiche e scontri (scontri fisici, con tanto di arresti di ultras) causati, si fa per dire, dalla decisione di far entrare in squadra due giocatori ceceni musulmani. Una decisione presa dall’allora proprietario della squadra, Arkadi Gajdamak, il controverso oligarca di origine russa con interessi fino in Angola, che sperava di aggirare la chiusura antiaraba pescando tra i giocatori dell’area ex sovietica.

Razzismo. E violenza

La violenza razzista si è palesata più volte, nella storia della tifoseria. Come nel caso del raid compiuto nella primavera del 2012 al Malcha Mall, uno dei centri commerciali più importanti della città. Era bastato poco, in quel caso, per compiere il raid. Lo stadio Kollek e il Malcha Mall si trovano esattamente uno di fronte all’altro. In trecento, trecento ultras del Beitar Yerushalaim, si erano diretti nel centro commerciale e avevano preso di mira i palestinesi che nel mall lavoravano o che del mall erano clienti. Perché quel luogo nel corso degli anni era diventato una sorta di parentesi, un’ora d’aria per le comunità della città. Tutte le comunità, non solo gli israeliani e i palestinesi, ma tutti i sottogruppi in cui la società gerosolimitana è divisa, laici, fondamentalisti di tutte le fedi, agnostici.

Del  razzismo attorno al Beitar Yerushalaim viene spesso accusata La Familia, il gruppo più consistente tra gli ultras della squadra israeliana di Gerusalemme. La Familia viene, anzi, chiamata in causa quando si alza il livello dello scontro, come una vera e propria massa di manovra. Non più tardi dell’estate scorsa, in pieno lockdown da pandemia, La Familia è stata accusata di aver picchiato i dimostranti che da settimane e mesi (sino a oggi) manifestano di fronte alla residenza del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. La Familia è stata anche chiamata in causa proprio da Moshe Hogeg, proprietario dal 2018 del Beitar Yerushalaim.

L’arrivo di Moshe Hogeg, giovane magnate tech

Hogeg ha minacciato di portare in giudizio chi, fra gli ultras, avesse continuato con la pratica razzista degli striscioni e dei canti contro arabi e musulmani. Un cambio di passo inatteso, in una storia che, proprio con Moshe Hogeg, sembra essersi messa su un altro binario. Non che il giovane magnate tech non abbia, anche lui, pagine controverse nella sua rapidissima ascesa nel mondo delle start-up, in particolare nel settore delle blockchain e della digitalizzazione dei dati. Si ha notizia, attraverso la stampa, di cause in corso da parte di chi ha fatto investimenti attraverso le società di Hogeg. È certo che il giovane israeliano classe 1982, nato nel sud di Israele, a Beersheva, è persona estremamente abile nello sparigliare le carte. È molto duro contro il razzismo antiarabo, come si è visto. D’altro canto, fa parte anche lui della comunità mizrahi, degli israeliani provenienti dai paesi arabi. Nel suo caso, padre tunisino e madre di origine marocchina. “Sono un arabo ebreo”, ha detto, e un’affermazione di questo genere deve aver avuto il suo peso, nella trattativa con gli investitori emiratini.

L’amore di Moshe Hogeg per il calcio è noto da sempre, ma dalla passione all’investimento di parecchi milioni di dollari sul Beitar Yerushalaim il passo è, se non lungo, almeno non scontato. Così come non scontato, anzi sorprendente, è l’accordo firmato con sheykh Hamad bin Khalifa, figlio del presidente degli EAU, una laurea all’Università di California- Irvine agli inizi degli anni Novanta. Frutto dei tanto mediatizzati Accordi di Abramo, si dirà, che stanno cercando di normalizzare il rapporto tra israeliani e Paesi arabi. Forse. Ma la storia del Beitar Yerushalaim e la sua coloritura antiaraba è un rospo pesante da digerire, per la pubblica opinione della regione. Soprattutto se a investire un centinaio di milioni di dollari nei prossimi dieci anni è il nipote di  sheykh Zayed al Nahyan, lo storico fondatore degli EAU e un sostenitore costante dei palestinesi, morto nel 2004 come Yasser Arafat. Sheykh Zayed metteva i suoi soldi nell’edilizia popolare a Gaza, per dare una casa ai palestinesi. Ora, che i tempi sono diversi (ma poi quanto diversi), i soldi degli Emirati Arabi vengono investiti sul Beitar Yerushalaim.

Con quale obiettivo? Per rendere il Beitar una squadra dal profilo internazionale, almeno questo è l’auspicio di chi siederà per contro degli interessi emiratini ai vertici della squadra, e cioè Mohammed, il figlio di Sheykh Hamad bin Khalifa. La tifoseria è in parte attratta dall’idea che i tanti soldi che arriveranno faranno uscire il Beitar dalle secche di stagioni non brillanti, ma la Familia ha già espresso nel solito modo le sue critiche, anche prima dell’accordo (nella foto, i graffiti razzisti attorno allo stadio). Ma quale Gerusalemme rappresenterà il Beitar con i soldi emiratini? Sarà business-as-usual, e cioè nulla cambierà né nella squadra né nella tifoseria? Oppure dagli Emirati si pensa che basti una squadra di calcio a creare legami tra le comunità di Gerusalemme, tra i suoi abitanti?

Il timore, come sempre è successo in questi decenni, in questi cento anni, è che Gerusalemme sia – per chi vuole esercitare un qualsiasi tipo di potere sulla città – un luogo sconosciuto  di cui non si vuole conoscere la mappa reale, la rete delle vie e delle relazioni, i muri, le divisioni, le incomunicabilità.

 

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