E’ il primo video di Donald Trump che condivido su una qualsiasi piattaforma, su Facebook o sul mio blog. Mi sono sempre rifiutata di farlo perché non ho voluto fare, nel mio piccolo, da cassa di risonanza della sua narrazione d’odio. Una narrazione tossica che rimarrà per molto tempo all’interno della società americana. Questo video, però, lo condivido, e non tanto perché Trump rimarrà inquilino della Casa Bianca solo per prossimi 12 giorni ancora.
Ne faccio, da storica, un esercizio necessario di analisi delle fonti documentali.
Donald Trump non è diventato una colomba, nel discorso di questa notte agli americani. Ha fatto preparare tutto con cura. Ha letto (perché sicuramente c’è alle spalle il cosiddetto gobbo su cui tutto è scritto con il probabile aiuto dei suoi avvocati) all’interno di una scenografia semplice ma costruita nei dettagli. Non è più nel Giardino delle Rose, com’era nel video che Twitter ha preteso eliminasse dalla piattaforma. E’ all’interno della Casa Bianca con il suo leggio e, soprattutto, con due bandiere a fare da guardiane. La bandiera degli Stati Uniti e, soprattutto, la bandiera del Presidente.
E’ il presidente ancora in carica che parla. Non è più il facinoroso Trump che mercoledì 6 gennaio, dal palco a Washington, aizza la folla dei suoi sostenitori a marciare sul Campidoglio, verso uno dei luoghi sacri della democrazia americana, il popolo contro i rappresentanti del popolo. Un discorso lunghissimo, incendiario, a tratti disarticolato, riportato per intero, tra gli altri, da Al Jazeera English.
Non è più, insomma, nella veste del leader autoritario che tenta il tutto per tutto, la sua personale “marcia-su-Roma” con cui il mondo ricorderà la fine di quattro lunghi anni di presidenza e narrazione tossica. Quattro anni di presidenza e linguaggio tossico che hanno instillato veleno nel tessuto sociale statunitense.
Il presidente ancora in carica non perde, però, il vizio di raccontare la sua storia, lontana dalla realtà, per confondere il pubblico che lo ascolta e si chiede, ancora una volta, dove sta “la verità”. Dove sta la verità dei fatti, del concatenarsi degli eventi, delle concitate telefonate dietro le quinte.
Trump dice che si tratta di “dimostranti che si sono infiltrati” a Washington. Falso: era stato lui stesso a incitare i suoi sostenitori a venire a Washington il 6 gennaio per far sentire la loro voce contro le “elezioni truccate”, i “risultati falsi”, le centinaia di migliaia di schede a suo favore (secondo lui) scomparse.
Nel suo discorso Trump dice, ad esempio, di aver immediatamente chiamato la Guardia Nazionale per riportare l’ordine nel Campidoglio. Se il video lo esaminasse, tra 30 anni, una giovane storica nata il 6 gennaio 2021, si porrebbe una questione di metodo e di merito. Chi avrebbe potuto chiamare la Guardia Nazionale se non il Presidente degli Stati Uniti d’America? E se, dunque, avesse detto la verità proprio Trump?
A smentire le parole di Trump ci sono però le altre fonti, le fonti giornalistiche. Dicono, le fonti giornalistiche, che ci siano voluti 90 minuti, cioè un’ora e mezza, per dare l’ordine alla Guardia Nazionale di arrivare al Campidoglio e riportare l’ordine. Fino a quel momento, era stata la sindaca di Washington (DC) Bowser, a cercare di venire a capo della situazione chiedendo aiuto agli Stati vicini a l Distretto di Columbia.
Il presidente, dicono le fonti giornalistiche, non l’ha chiamata la Guardia Nazionale. Dicono le fonti giornalistiche che sia stato il vicepresidente nonché speaker del Senato nonché seconda carica dello Stato Mike Pence a chiedere direttamente l’intervento della Guardia Nazionale perché le linee tra Pence e Trump (cioè il ticket che ha perso contro Biden-Harris) erano già interrotte: il presidente non si era nemmeno premunito di fare una chiamata al suo alleato più stretto per sapere come stavano, Pence e la sua famiglia, mentre una banda di facinorosi scalcinati vandalizzava il Campidoglio. E’ stata una fonte molto vicina al vicepresidente a farlo sapere, con dovizia di particolari, guarda caso a Jim Acosta, il corrispondente della CNN alla Casa Bianca, il più inviso a Trump che il presidente all’inizio del suo mandato aveva cercato di cacciare via dal novero dei corrispondenti e ci aveva perso anche una causa legale.
Il presidente, però, racconta la sua verità, già precostituendo in questo modo la sua difesa, nel caso a qualcuno venisse in mente di citarlo in giudizio. Magari come mandante dell’insurrezione contro il Campidoglio, alto tradimento, o chissà quale altra imputazione. Lui l’ha chiamata la Guardia Nazionale per ristabilire l’ordine perché, dice, noi siamo quelli del “law & order”. Lui non era d’accordo sull’esito delle elezioni, ma ha perseguito tutte le strade legali, “legal avenues”, perché non era d’accordo sul risultato. Lui vorrebbe cambiare la legge elettorale, per essere sicuri che chi vota abbia il diritto di votare. E magari, aggiungo io, li vorrebbe anche tutti bianchi.
Ora, però, è tempo di “raffreddare la temperatura”, calmare gli animi, insomma. Come se qualcuno – proprio Trump – gli animi non li avesse surriscaldati nelle ultime settimane, dopo il responso delle urne nel novembre scorso. Ora è il tempo della “riconciliazione”. Lui “si concentrerà” su una transizione “morbida”, tranquilla. Trump è ridiventato, in questa sequenza schizofrenica della storia americana, il presidente, il comandante in capo, l’uomo in cui riporre fiducia.
A ben ascoltare, niente nel breve discorso di due minuti e mezzo di Trump assomiglia non a un mea culpa, ma nemmeno a un tentativo di riavvicinamento. Trump non cita mai Joe Biden, il presidente eletto, non cita mai Mike Pence, l’ultima sponda nel suo tentativo di rimanere attaccato al potere. Non cita mai le centinaia di deputati e senatori la cui autorevolezza (se non incolumità) ha messo a rischio aizzando la folla di reietti, la massa di manovra che ha mandato a Capitol Hill. Non cita neanche i poliziotti, le donne e gli uomini della Guardia Nazionale chiamati a riportare l’ordine. Non cita nessuno, perché il suo – nonostante le bandiere a fare da contorno – è un discorso a tu per tu tra lui e il suo elettorato. La sua constituency.
Neanche stavolta, insomma, Trump è riuscito almeno a recitare la parte del presidente, di colui che dovrebbe incarnare l’inclusività di uno Stato. Fatta eccezione per quelle frasi scritte probabilmente dai suoi legali per poterle presentare a propria difesa in un qualsiasi tribunale, il discorso di Trump è ancora una volta, nei fatti, una conversazione con quella parte d’America che l’ha votato e che ora non sa cosa fare, cosa pensare, come reagire. E se Trump dice all’inizio che ora è necessario calmarsi e raffreddare la temperatura degli animi, la conclusione – luciferina – del suo discorso è tutto un programma. “E ai miei sostenitori dico: lo so che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro viaggio è solo all’inizio”.
Per favore mi cita dove posso trovare che "aizza la folla dei suoi sostenitori a marciare sul Campidoglio" perchè nel video del discorso ai centomila non c'è. Forse ha tenuto 2 discorsi? O è una amplificazione che si è voluta dare a posteriori?
Grazie.
https://www.aljazeera.com/news/2021/1/11/full-transcript-donald-trump-january-6-incendiary-speech
Sì sì, avevo già visto, ma I know that everyone here will soon be marching over to the Capitol building to peacefully and patriotically make your voices heard continua a non essere quello che, a posteriori coi fatti accaduti, si vuol sostenere: che li abbia aizzati ad assaltare.
Ciò non è da parte mia un sostegno al comportamento di Trump, ma la verifica di quanto le versioni dei media si attengono all'accaduto o svicolano nella rappresentazione alterata.
Grazie
è tutto il discorso che, a leggerlo attentamente, parola per parola e fino alla fine, è un vero e proprio incitamento a ottenere la vittoria in qualsiasi modo. Non so cosa intenda per "media", ma per quanto mi riguarda il giornalismo è anche questo. E' cronaca e analisi di quanto è successo e viene detto. Mi prendo la responsabilità, da giornalista. di quello che ho scritto e firmato in questa mia analisi, compreso quello "aizza".