Oggi prendo io il testimone nel digiuno solidale

Oggi è il mio turno. Oggi prendo io la staffetta nel digiuno solidale di 24 ore ciascuno che è cominciata il 28 maggio scorso da un pensiero comune (a distanza, intimo) di Riccardo Noury e mio, per sostenere Alaa Abd El Fattah, in sciopero della fame dal 2 aprile scorso, dunque da 111 giorni. Oggi digiuno, solo per 24 ore, e già dalla mattina mi chiedo – nella mia confortevole casa romana, dove avevamo previsto vent’anni fa il sistema di aria condizionata – quanta forza deve avere Alaa. Forza, non credo disperazione. Forza e amore per una vita che sia degna di essere definita tale: in libertà, nel pieno dei suoi diritti. Forza per privarsi del cibo da 111 giorni in una cella, prima nel carcere di massima sicurezza di Tora e ora in quello di Wadi al Natroun. Forza, per reagire a una condizione ingiusta, in galera come prigioniero di coscienza: obiettore di coscienza, dunque, contro l’autocrazia che tiene nelle carceri oltre sessantamila persone, dimenticate e invisibili.

E allo stesso tempo quanta fragilità, quanta debolezza abbiamo noi, nelle nostre confortevoli case, al pensiero di non avere così tanto combustibile per riscaldarle. Paura e fragilità, che ci porta a reiterare gli errori: prima il gas lo prendevamo da un’autocrazia – la Russia di Putin – che ci ricatta appena alziamo la voce contro l’invasione di uno Stato sovrano come l’Ucraina. E chiude i rubinetti. Ora il gas lo andiamo cercando laddove è disponibile, senza chiederci se quel Paese è retto da un’autocrazia, se i diritti sono negati ogni giorno, se ci sono mille, diecimila, sessantamila prigionieri di coscienza nelle carceri.

Ancora una volta, pensiamo di essere più furbi degli altri, presuntuosi più degli altri, troviamo subito una soluzione a brevissimo tempo per riscaldare le case da novembre in poi. Senza pensare che, ancora una volta, siamo sotto ricatto. Gas contro diritti. Chissenefrega di qualche individuo che avrebbe fatto bene a non parlare, a starsi zitto. Fuori dall’Europa – questo è ahimè il pensiero dominante – non è possibile avere democrazie che funzionino come le “nostre”: tanto vale che si prendano i “nostri” soldi, e pensino solo a mangiare, nutrirsi, prendere il pane con la tessera annonaria, e non pretendere diritti.

Manca, in questa gestione così “realistica” della cosa pubblica, qualche elemento fondamentale perché la cosa pubblica rimanga solida, a brevissimo e lungo termine. Il primo elemento: la credibilità. La osservo con uno sguardo laterale, o meglio, misto, da italiana e da residente di lungo corso sulle altre sponde del Mediterraneo. La credibilità non è solo una questione di coerenza e dignità, è una questione di gestione del potere in qualsiasi negoziato. Sbandierare parole importanti come democrazia e diritti, e poi fare affari senza subordinarli alla difesa dei diritti e della democrazia, ci rende per nulla credibili, delle marionette da usare e poi gettare via. Come il caso-Putin insegna.

Basterebbe questo primo elemento per far comprendere quanto sia debole una politica internazionale che esclude ciò che considera “margini” (usando proprio le parole di Alaa) – le questioni di principio, le questioni sociali, le diseguaglianze, i subalterni – pensando che si risolvano in altro modo le cosiddette questioni alte. Guerra, pace, grande economia, finanza, sviluppo industriale, capitalismo, liberalismo.

Gli ultimi due anni, e a dir la verità anche quelli precedenti, a guardarli con un occhio non europeo, hanno già rotto tutti i paradigmi su cui abbiamo fondato il nostro vivere. Anche prima della pandemia. La non-democrazia non porta stabilità: rende deboli i nostri approvvigionamenti, dal gas ai vestiti a basso costo. La non trasparenza e la irresponsabilità non sanzionata toccano tutti noi, come si è visto dallo scoppio e dal prosieguo della pandemia. I non-diritti ambientali hanno già portato il pianeta a un punto evidente di non ritorno, di cui ci accorgiamo solo perché è l’Europa nell’occhio dell’ondata di calore più importante da sempre.

Se dunque non ribaltiamo il nostro approccio verso le questioni alte, partendo proprio dai diritti, non è segnato solo il destino di Alaa Abd-el Fattah e degli altri sessantamila di cui a stento conosciamo i nomi (e non molti, e non tutti). È il nostro destino che è già segnato, come una macchina lanciata alla massima velocità contro un muro di cemento. Escludere i diritti (tutti, umani, di espressione, sociali, economici, ambientali) rende fallace qualsiasi negoziato gestito secondo i vecchi criteri, quelli che ci hanno formato, per esempio come esperti di relazioni internazionali. Perché la differenza non è tra realismo e idealismo. La differenza è tra realismo e conoscenza profonda del reale. Senza la conoscenza del reale, a tutto tondo, nulla sarà possibile. Neanche mantenere i nostri standard di benessere, tra aria condizionata e termosifoni. Nulla sarà più possibile, conclude, neanche per difendere la nostra democrazia in maniera seria, senza affidarsi al populismo o al salvatore della patria.

Alaa Abd-el Fattah in uno dei più bei ritratti di Gianluca Costantini

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