Oggi, 15 marzo, è il giorno numero 13.
Tredici giorni senza acqua, cibo, medicinali, carburante per mettere in azione generatori che facciano funzionare tutto, compresi l’ultimo desalinizzatore non bombardato, le macchine salvavita, i frigoriferi dei pochi ospedali rimasti, i forni dei panifici. Tredici giorni di totale chiusura dei valichi da cui potrebbero entrare aiuti umanitari, chiusura imposta da Israele – la potenza occupante – su Gaza.
Acqua, cibo, medicinali, carburante. La vita. Bloccata ai valichi, in aperta violazione del cessate il fuoco concordato da Israele e Hamas a metà gennaio attraverso i mediatori, Qatar ed Egitto e gli Stati Uniti. L’Unione Europea non fa parte dei mediatori.
Cosa vuoi che siano, però, 13 giorni senza che entri uno spillo a Gaza se nei 17 mesi precedenti Israele ha attuato ciò che, col passare del tempo, si è conclamato come un genocidio nei confronti dei palestinesi a Gaza? Cosa vuoi che sia se nel frattempo, in questi 17 mesi iniziati con l’attacco terroristico di Hamas e Jihad Islamico del 7 ottobre, la Cisgiordania è divenuta l’altro fronte (invisibile a noi) dello stesso incubo?
È che oggi è il 15 marzo, il giorno della manifestazione per l’Europa. E Gaza è la cartina di tornasole, o se si preferisce l’elefante nella stanza. È l’assenza di Gaza che dice molto – per me, tutto – sulla piazza. L’assenza di Gaza chiede: di quale Europa stiamo parlando? Di quale Europa politica? Di quale Europa dei diritti e dei valori? Di quale Europa costruita sulle convenzioni internazionali nate da una guerra mondiale?
Non è solo Re-Arm Europe. Non è solo la farraginosa, ambigua, terribilmente nazionalista (non europea) questione del riarmo e dei famosi (ancora confusi) 800 miliardi di euro gettati sulle armi e sulle industrie belliche del continente. Per me è dirimente, ancor più dirimente, la confusione e l’ambiguità sulla politica. Po-li-ti-ca. Di quale Europa politica stiamo parlando? Di quella di cui non ci siamo occupati negli scorsi almeno vent’anni? Per tutto questo inizio di Terzo Millennio? Per mio conto, io ho avuto un luogo d’osservazione privilegiato – e alla giusta distanza – per vedere lo svilimento dell’Europa politica e dei diritti per tutti. Dal Medio Oriente (Asia sud-occidentale) in cui vivevo e in cui passo buona parte del mio tempo e del tempo del mio studio. Mi hanno chiesto “più Europa” tutti, tutti, palestinesi e israeliani, arabi e non arabi, funzionari internazionali e imprenditori. Più Europa, e non certo i singoli stati europei ex-neo-post coloniali. Più Europa nelle mediazioni, più Europa come elemento terzo nei grandi, terribili momenti della storia mediorientale.
L’Europa – l’Unione Europea – non c’era. Balbettava, oppure era afasica. C’era con qualche singolo stato, non c’era con una sola voce. Non sapeva che posizione prendere. Non voleva prendere posizione. Non aveva – non ha – una politica estera, e non perché non avesse deterrenza. La politica estera è cosa più alta e complessa che non si basa sulla forza militare, ma su una postura autorevole. E non è una ingenua descrizione della politica estera: basta vederla agire sul campo, fuori da Bruxelles, da Milano, da Roma, vederla agire sul campo da decenni per capire che la forza militare – con l’Europa – ci entra veramente poco.
E così, l’Europa non c’è stata. Non è esistita. Se non con i suoi uffici, delegazioni, progetti. Talvolta l’ufficiale pagatore di politiche regionali che altri facevano – Stati Uniti, oppure i singoli stati europei ex-neo-post coloniali. Nessuna Europa politica.
Nessuna politica mediterranea degna di questo nome.
Ora, però, l’Europa – l’Unione Europea e alcuni dei suoi stati più importanti nella storia della sua costruzione – è andata oltre. Ha abiurato alle ragioni su cui era stata costruita – diritti per tutti, eguaglianza, difesa della pace, integrazione -, ed è nei fatti diventata complice. L’Unione Europea è complice con il suo silenzio, o meglio, con le sue affermazioni a sostegno di una delle due parti (Israele) che è la parte che da 13 giorni (13 giorni) non fa entrare una goccia d’acqua in un posto in cui vivono due milioni di persone, di vivi, di sommersi.
Il silenzio quotidiano dell’Europa – dell’Unione Europea – è sulle decine di migliaia di uccisi, morti, cadaveri a Gaza. Sugli oltre centomila feriti. Sugli oltre due milioni di persone rinchiuse in un inferno come Gaza, che pure i funzionari europei (pochi, ma ci sono) conoscono. Sugli oltre quarantamila espulsi dalle loro case in Cisgiordania. Silenzio sulla nostra ignavia da salotto.
Su questo, su questa enormità, si gioca lo stesso concetto di Europa – da Ventotene a oggi, Ventotene compresa, comprese tutte le tappe della costruzione dell’Europa. Non può esserci, dal punto di vista politico, valoriale, etico, un’Europa a due velocità: tetragona sull’Ucraina e silente su Gaza. La piazza di oggi non affronta il nodo dei diritti e della politica, e si offre come agnello sacrificale all’idea (che non ha fondamento neanche dal punto di vista della difesa europea) che il riarmo aiuterà l’integrazione politica. E’ la politica che definisce l’integrazione: la difesa è uno degli strumenti, tecnici non politici, che la politica ha a sua disposizione.
Non andrò alla manifestazione per l’Europa. Non mi è stato ancora spiegato di quale Europa stiamo parlando.
L’immagine è l’ultima opera di Laika, writer, artista. Not in my name, vale anche per me.
Nota biografica, necessaria: prima di andare al Cairo e a Gerusalemme, la mia vita (anche di studi e giornalismo) si è concentrata sull’Europa e sulla storia continentale. La mia tesi di laurea era sulla Terza Forza italiana e l’adesione al Patto Atlantico. La mia tesi di dottorato sulla questione della riunificazione nel pensiero della socialdemocrazia tedesca. Nel 1989 ero a Berlino, prima della caduta del Muro, e fu il motivo per cui cambiai il tema del mio dottorato. Nel 1990 ero in Germania (con borsa di studio Daad) a seguire la riunificazione. Nel 1991 vivevo e lavoravo a Budapest, che si era appena liberata del giogo sovietico. Ne ho incontrati e intervistati molti, dei dissidenti est-europei, determinanti per me per capire dove stesse andando l’Europa: sono grata a Janos Kis, a Gyorgy Konrad, a Peter Nadas, ad Adam Michnik per avermi spiegato tanto. L’Europa la conosco, ben oltre l’Europa occidentale.