Crisi del Golfo. L’accordo parla asiatico

L’asse è tutto spostato a oriente. Tutto asiatico. Scordatevi l’Europa, non solo silenziosa e ignava (con l’eccezione, coraggiosa e specchiata, della Spagna). L’Europa scompare sotto il peso della sua mancanza di visione, politica in primis. Nonostante le accuse di Donald Trump contro la Nato, dunque in sostanza contro l’Unione Europea, i paesi riuniti a Bruxelles sono sempre di più in una posizione di vassallaggio fattuale. Lo conferma, ancora una volta, la nostra posizione  (europea) subalterna su Gaza, Palestina nel suo complesso, Libano. In una parola, la nostra incapacità di staccarci dall’abbraccio mortale con Israele, che approfondisce la sua definitiva trasformazione in un paese che abbandona un qualsiasi assetto liberale. È una trasformazione, quella di Israele, su cui mette il sigillo la legge sulla pena di morte a dimensione etnica, solo contro i palestinesi, che conferma l’apartheid (ricordiamolo, è un crimine internazionale) e firma in modo chiaro il genocidio palestinese di cui Tel Aviv è responsabile.

Europa marginale, dunque, a favore di uno spostamento dell’asse politico-diplomatico tutto asiatico. Non è solo per la questione energetica, che pure è centrale e fa comprendere quanto il capitalismo estrattivista è su una lenta (ma pericolosa) china discendente. È che l’asse della politica parla la lingua dell’Asia orientale, dal Pakistan verso la Cina, nel tentativo di mettere l’intera area del Golfo – da nord dell’Iran a tutta la penisola arabica –  in  sicurezza, politico-militare prima ancora che energetica.

L’elemento più interessante è, certo, il ruolo del Pakistan, il paese che si è assunto la funzione di mediatore, con il consenso di altri tre paesi. Egitto, Turchia, ma soprattutto l’Arabia Saudita. Fondamentale, per questo ruolo, è stato un accordo che non ha avuto molto spazio nell’informazione, e cioè il determinante accordo strategico di difesa saudita-pakistano del settembre 2025. Non un dettaglio, di certo. Al contrario, è quel filo che lega, all’interno di una nuova dimensione transcontinentale, l’area del Golfo alla Cina. Sono anni che il Golfo guarda a oriente, anche per l’export di gas e petrolio, in una relazione approfondita durante lo choc del covid. Se anche la Cina non appare, dunque, gli analisti la individuano come la garante di questo inizio di cessate-il-fuoco tra Iran e Stati Uniti, per ora ingoiato controvoglia da Israele che vuole, però, campo libero per distruggere il Libano, usando la irricevibile “dottrina Gaza”, dottrina senza alcun dubbio genocidiaria.

E Donald Trump? Reggerà? Lo diranno i prossimi giorni, perché qualcosa si muove negli Stati Uniti. Anzitutto, quello smottamento “nei margini”, e cioè nelle città e negli stati, che vede in prima fila sindaci e governatori, l’embrione di un nuovo movimento non solo contro Trump, ma contro la gestione oligarchica di una democrazia che da molti anni mostra la trama lisa. Qualcosa, comunque, si muove anche nel congresso, e a confermarlo – in una presa di posizione del tutto irrituale e profondamente politica – è stato papa Leone. In un’accelerazione inattesa, Prevost è entrato politicamente nella peggiore crisi “anche morale” dalla fine della seconda guerra mondiale dichiarando “non accettabile”, ieri sera di fronte ai giornalisti, l’ultimatum di Trump contro l’Iran e la sua popolazione. Il pontefice è andato, però, oltre, chiedendo ai congressisti statunitensi di fare, di agire. Di andare, cioè, oltre la preghiera, brandita assieme alla croce durante la Via Crucis al Colosseo, la sera del venerdì santo, e scandita dalle meditazioni chiarissime scritte dall’ex custode di Terrasanta, Francesco Patton.  Se l’Europa tace, colpevolmente, quel silenzio è riempito da un papa. Magra consolazione, a dire il vero, perché l’Unione Europea è in uno stato di coma politico di cui stiamo già pagando il prezzo.