Un sudario porta il genocidio di Gaza nel cuore di Roma

Quanto può essere pesante un pezzo di stoffa. Quanto ti può schiacciare un pezzo di stoffa-

Lo immaginavamo. Ma credo nessuna e nessuno di noi avesse compreso, fisicamente,  quanto può essere pesante un sudario come questo, composto – io credo con amore – dalle donne e dagli uomini di Carnia per la pace, che con Ivano e Klara sono qui oggi con noi, a nome di tutte e tutti loro. Un sudario che contiene tutti i nomi della memoria. Di Gaza e del genocidio. E proprio perché contiene tutti i nomi, è un archivio della dignità.

Nomi, storie, biografie che sono entrate dentro di noi. Fanno parte di noi, per sempre. Sono i vissuti che non abbiamo visto, nel genocidio di Gaza, finché non sono stati velati e coperti agli occhi del mondo. Con una pietà tutta umana, almeno questa, la pietà, tutta umana.

Questo sudario è in cammino per le strade e le piazze d’Italia. In silenzio, senza fare rumore, ma tenace come un sussurro. Copre tutte e tutti noi dalla sconcezza di questo tempo in cui non fa scandalo compiere un genocidio, bombardare e distruggere Gaza, ed esportare Gaza  – diventata una vera e propria dottrina di annientamento – su Teheran, e su Tiro, e su Beirut. Le città nostre, le città che sono il nostro albero genealogico. Come questo sudario è nostro perché è l’anagrafe del tempo in cui siamo immersi.

Questo sudario, ahimè, non contiene tutti i nomi delle bambine e dei bambini di Gaza ammazzati da Israele. Ne mancano circa tremila, uccisi tra il 31 luglio 2025 e oggi. E allora vorrei aggiungere un nome, per tutti i tremila che mancano e che sono comunque scritti nella nostra memoria collettiva. Nei nostri cuori.

 Ritaj Rihan, 9 anni. È stata uccisa due giorni fa da un cecchino israeliano mentre era sotto una tenda-scuola. Una tenda diventata scuola, nel nord della Striscia di Gaza, a Beit Lahia, che era un tempo famosa per le fragole e i sicomori. E ora per essere una città martire. Ritaj Rihan è stata uccisa di fronte ai suoi compagni e compagne. Perché? C’è una qualsiasi risposta a una domanda che frantuma tutto il nostro essere umani ed essere dunque assieme? Perché?

La mamma di Ritaj ha mostrato alla videocamera il vestito bianco e crema che Ritaj avrebbe indossato per la festa di matrimonio di suo zio, la prossima settimana. Perché a Gaza resistenza è anche questa. È questa. Un attaccamento alla vita che lascia, a noi vecchi decrepiti, europei e italiani, uno stupore difficile da ingoiare, e da digerire.

La mamma di Ritaj mostra, nell’altra mano, il quaderno di scuola, le pagine tutte scritte da sua figlia, con attenzione. E sulle pagine il sangue di Ritaj. Il sangue di Ritaj non imbratta la pagina bianca, il quaderno di scuola. Il sangue è scrittura. Racconta tutta la vita di una bambina di 9 anni: mescola l’inchiostro nero della penna, e della sua vita, con il rosso della sua morte violenta per mano di un criminale. Ritaj Rihan aveva il viso minuto, e una coda di cavallo bella, allegra, su un corpo senza vita. È l’immagine che chi l’ha vista ricorderà per sempre.

Ritaj Rihan. Ritaj Rihan. Quanto è pesante dirlo e scriverlo, questo nome, e tutti gli altri? Quanti ne dovremo ancora scrivere, prima di ribellarci e disertare? Prima di disarmare questa violenza genocidiaria?

Mi sono chiesta spesso, in questo tempo infame e osceno e pieno di demoni, quando ci siamo perduti? Quando, in quale tempo. Le risposte le abbiamo, anche se non tutte: quando abbiamo pensato di essere fuori dal mondo, quando abbiamo abdicato, quando abbiamo delegato la nostra dignità, quando abbiamo lasciato ad altri la politica, cioè il nostro essere assieme.

Ora, però, mi chiedo soprattutto “dove”. Dove siamo noi? In quale spazio? E dove vogliamo essere? Oggi, qui, la risposta è più semplice, ma non meno pesante. Insopportabile, quasi. Siamo qui, di fronte all’ingresso di un cimitero. Che però credo sia più giusto chiamare campo-santo. Perché è terra sacra, come Gaza è terra sacra, dice Nabil bey Salameh, palestinese, e bisogna toglierci le scarpe alla soglia di una terra sacra.

E certo siamo qui, in una piazza,  in una delle cento piazze che hanno messo insieme tutti noi in questi anni, e soprattutto in questo ultimo lungo anno. Siamo qui, in una piazza e con tutti i nostri corpi. E siamo con questo sudario che elenca i loro corpi, delle bambine e dei bambini. Ed è dunque memoria che non passa e non deve passare.

Siamo assieme, coperti da questo sudario. E non ce ne torneremo dentro le case. I nostri corpi rimarranno qui nella piazza, nelle piazze in cui siamo tornati. Non ce ne andremo, non ci disperderemo nelle nostre solitudini, non più e non di nuovo, perché questi nomi parlano di responsabilità, della nostra colpa e della nostra dignità.

A loro, alle bambine e ai bambini palestinesi di Gaza dobbiamo dare giustizia. Giustizia internazionale. E la daremo. Certo che la daremo.

(la foto è di Matteo Nardone, dalla sua pagina Facebook. Ha seguito tutto il cammino)