La tecnologia ha cambiato il mondo arabo? Sì, né più né meno di quanto abbia cambiato l’Italia. Ha cambiato gli stili di vita? Altrettanto, dall’uso smodato e costante del telefonino, ai dish che – è vero stereotipo – stanno sulle tende dei beduini così come disegnano lunghe scie lungo i casermoni delle case popolari di Algeri. La tecnologia ha cambiato la politica e la partecipazione? Sììì, in maniera evidente, pervasiva, costante. Anzi, è stata la politica politicante, i regimi, i governanti, la burocrazia, a dover reagire e rincorrere quello che stava succedendo grazie alle nuove tecnologie. Il caso Egitto non è solo un vero e proprio case study, è anche quello che riguarda il più popoloso paese arabo e forse quello che più di altri si avvia a una instabilità crescente.
È l’Egitto il vero laboratorio del techno-dissenso, da prima dell’Onda Verde iraniana. I blogger sono un fenomeno che non dà segni di cedimento, anzi. Nati da oltre cinque anni, hanno già passato varie fasi, dai blog in inglese e francese (per farsi conoscere all’estero) a quelli in arabo, ormai i più diffusi. Sono talmente importanti, da essere costantemente arrestati o censurati. Sono diventati gruppi di pressione sia dentro i partiti (i giovani blogger dentro i Fratelli Musulmani) sia dentro la società (i 30 blogger più importanti d’Egitto che vanno a rendere omaggio ai copti di Nag Hammadi dopo la strage di Natale, e vengono arrestati dalla polizia solo per essere rilasciati poco dopo). Invitati ormai come fossero esponenti di un partito, i blogger sono arrivati in trasmissioni dove arrivano i leader, come lo HardTalk della BBC. Molti usano i loro siti per fare giornalismo d’inchiesta, o controinformazione, e dare notizia di fatti che vengono nascosti, per esempio gli scioperi in costante aumento. Gli internauti usano twitter per comunicare tra di loro e aggirare la censura, nel caso delle manifestazioni (ben prima che fosse usato dall’Onda Verde iraniana), oppure aggirano il divieto di aprire le radio private, facendo nascere – ed è ormai un fenomeno – radio online, di diverso segno culturale e politico, da quelle laiche a quelle conformist-religiose. E poi Facebook, la piattaforma che due anni fa fu usata per lanciare l’unico sciopero generale riuscito in Egitto: tutti si diedero appuntamento il 6 aprile per non uscire di casa, e il Cairo fu stranamente silenzioso. Da allora, FB lo usano dall’una e dall’altra sponda. Uno dei gruppi più forti contro Gamal Mubarak prossimo potenziale presidente egiziano ha 13 mila fan, il gruppo che al contrario lo sostiene, quasi 5mila, mentre sono centinaia i gruppi che si sono formati per protestare contro la politica di Mubarak padre.
Il dissenso del Terzo Millennio, nel mondo arabo, è senza dubbio tarato e canalizzato su internet. Come lo vogliamo chiamare, il techno-dissenso, lo electronic-samizdat? E’ certo che la tecnologia applicata alla scrittura, alla veicolazione di idee è stata, per tutto il mondo arabo, una boccata d’ossigeno per potere ridar vita all’opposizione. Laica o islamista che sia. E l’Egitto è il suo esempio più riuscito. E più eclatante.
Ma l’Egitto non è l’unico caso. La conferma arriva dall’ultimo episodio riguardante un blogger in Marocco. Boubaker al Yadib è stato condannato a sei mesi di detenzione per aver pubblicizzato sul suo blog la notizia di uno sciopero proclamato dall’associazione dei blogger marocchini per protestare contro la chiusura di Le Journale hebdomadaire.