Anche soltanto a scorrere la rassegna stampa italiana di oggi, ci si accorge di quanto – nella lettura del sanguinoso assalto delle teste di cuoio israeliane alla Mavi Marmara – manchi un pezzo di mondo. Il mondo dei volontari, delle organizzazioni non governative, dei pacifisti. Quel mondo che spesso lavora in silenzio, calmiera i nostri sensi di colpa (occidentali), e sfama coloro che sono da sfamare. Mi raccomando, però, in silenzio. Senza disturbare il manovratore, diplomazie e cancellerie comprese. Guai se i pacifisti fanno politica, guai se i volontari delle ong spingono perché un assurdo e inconcepibile status quo (l’embargo attorno a Gaza, in violazione di tutte le convenzioni internazionali) venga stravolto, violato, rotto. Sono stati persino etichettati, oggi, come “i kamikaze di casa nostra”… Il no comment, su questo tipo di etichette che poco hanno di giornalistico, è d’obbligo. Bisogna invece commentare la mancanza di fantasia e di coraggio nel leggere avvenimenti che non sono catalogabili né nella Realpolitik classica, né nella politica stile machiavelliano, né in quella politica diplomatica del “passetto alla volta” a cui manca – però – quello che le grandi scuole diplomatiche del passato (la veneziana? la vaticana? la ottomana?) hanno insegnato. La capacità di influire. Di contare. Di premere, sull’avversario o sull’amico. Con fermezza.
Il problema, nell’assedio di Gaza che non dura da tre anni, bensì almeno da cinque, non è che il movimento Free Gaza abbia cercato più volte di forzare il blocco navale israeliano. Il problema è che gli attori deputati a risolvere la questione dell’embargo attorno a Gaza hanno rinviato sine die la soluzione del problema. Perché a Gaza, in fondo, ci sono solo un milione e mezzo di anonimi, di persone senza pedigree, di poveri, di morti (o quasi) di fame. Niente a che vedere con l’alta politica, la politica che conta, i summit, gli investitori, il grande business. Morti di fame. Silenziosi, peraltro. E allora, attendiamo tempi migliori, vediamo se il buonsenso ce la fa ad emergere da solo, senza premere troppo.
La Freedom Flotilla ha rotto, nel sangue delle vittime uccise in un assalto andato a finire male, lo status quo. Non quello dell’embargo a Gaza. Soprattutto quello della diplomazia e della politica del giorno per giorno. Ha rotto lo status quo come i pacifisti fanno. Con lo scandalo. Ed è questo scandalo a non essere compreso. Lasciate fare la politica a chi la sa fare, diranno i fini manovratori diplomatici. Questo è, però, il vulnus che i pacifisti hanno scoperto. Che non c’è, tragicamente, nessuna alta politica né nessuna fine manovra diplomatica. C’è un vuoto che nessuno ha avuto l’ardire di riempire.
Ora, la diplomazia internazionale ha una gatta da pelare ancor più difficile. In termini secchi, quelli che amano gli analisti di politica internazionale, la ricomposizione delle alleanze in un quadrante geopolitico importante. Gli Stati Uniti dovranno decidere quale alleato appoggiare, se la Turchia, puntello della NATO nel Vicino Oriente, o se l’amico storico israeliano. In entrambi i casi, questo sì che sarà un difficile caso per la diplomazia americana, già alle prese con la fase più delicata della storia dei rapporti con Tel Aviv. La Turchia non potrà più essere l’unico amico di Israele in Medio Oriente. E tutto il già rimescolato chaos mediorientale subirà un altro pesante colpo di mestolo.
Contenti, i maghi dell’attendismo diplomatico-politico? I morti di fame di Gaza sono lì alla porta. Sempre in silenzio. Ma il loro silenzio non vuol dire che si possa ignorarli in eterno. I problemi, lasciati marcire sotto il sole della sabbia di Gaza, riemergono. Bisognava pensarci prima. Prima che un numero imprecisato di morti rompesse l’alba sul Mediterraneo orientale. Riportandoci a una realtà che i volontari, i pacifisti conoscono bene, perché molti di loro conoscono, per nome e cognome, gli anonimi di Gaza.
Nella foto, il porticciolo di Gaza. Questo commento è stato pubblicato su Lettera22.
Grazie di questa analisi che – unica – dà voce e risalto a quanti vivono nel silenzio, del servizio volontario o della sopportazione di uno stallo che è vergogna internazionale. Tragico che debbano morire dei civili, in missione umanitaria, per riaccendere i riflettori del mondo sulla gente di Gaza. Un prezzo altissimo che speriamo serva qualcosa…
Brava, grazie di essere anche un pò la nostra portavoce.
L’articolo del Corsera di E. Dellacasa e il suo titolo con i kamikaze “reclutati” è veramente un oltraggio ai morti e ai coraggiosi.
Analisi lucida, giusta, inappuntabile. Noi che frequentiamo questi blog, che leggiamo il saggio su Hamas, che sappiamo cosa è successo, cosa succede e continuerà a succedere non abbiamo bisogno di ulteriori prove, ulteriori riflessioni sulla questione per capire quale sia la realtà.
non sto dicendo che un’impegno, se non altro intellettuale, costante sulla questione non sia d’importanza capitale, ma come andare oltre a questo, oltre allo sdegno, come convincere “gli altri”, coloro che ascoltano l’informazione di regime? che l’unica possibilità sia un scontro che non può avere un superamento, uno scontro che le persone che riconoscono la reltà dei fatti e si avvalgono ancora di una personale morale, proprio per questa scelta fatta, non sono nella condizione di vincere?
sinceramente non so quale sia il giusto comportamento da seguire