Kolana Khaled Said

La storia del giovane Khaled Said è molto triste. Morto il 6 giugno scorso per le percosse ricevute da due poliziotti appena fuori un internet cafè. Le immagini raccapriccianti del suo viso devastato dalle botte hanno fatto il giro della Rete, le testimonianze parlano di un brutale pestaggio, le reazioni mostrano che ci sono soglie che ormai, in Egitto, sono state superate. Le soglie dei diritti umani. Tanto è vero che, a reagire per la morte assurda di Khaled Said (raccontata in questo bel servizio da Ben Wedeman per la CNN) non è stata solo la piazza, ma anche l’establishment, pressato dalle critiche. Ai funerali di Khaled Said si è fatto vedere anche il potenziale candidato anti-Mubarak, Mohammed el Baradei. Mentre il figlio di Hosni Mubarak, Gamal, suo potenziale erede politico, dice che “la giustizia prevarrà”.

Il caso di Khaled Said è divenuto, insomma, l’ennesimo caso politico di fronte al quale la reazione della società egiziana è andata oltre il fatto di per se stesso. Trasformandolo in un caso simbolico. E’ nato così anche un sito, Kolana Khaled Said [Siamo tutti Khaled Said] e un gruppo Facebook, che ha raggruppato sinora la ragguardevole cifra  di oltre 176mila sostenitori. Mentre la richiesta che si alza, ancora una volta, è che le forze  dell’ordine egiziane non godano di una impunità ormai evidente. Il 9 luglio è stata indetta una manifestazione, in differenti governatorati. In un paese dove da quasi 30 anni non si può manifestare.

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