Nuvole, cielo coperto, qualche goccia, tanto per confermare la tradizione che vuole pioggia a Sukkot e sulle capanne già allestite per l’occasione, sia nei cortili delle case ortodosse sia sulle terrazze degli appartamenti (nuovi, finiti da qualche anno) che non si riescono più a vendere a Gerusalemme causa crisi economica americana, e che per questo motivo si affittano per qualche settimana ai turisti ebrei che arrivano (soprattutto dagli States) per il periodo delle feste più importanti dell’anno.
Questi palazzi li ho quotidianemente visti costruire, nel corso degli anni. Costruire esclusivamente da muratori palestinesi (non è cosa di oggi: per chi ama il cinema di Amos Gitai, si può vedere qui un documentario del 1980 intitolato House, da cui poi è iniziata la trilogia del regista israeliano su case e identità a Gerusalemme). Oggi un reportage di Avi Issacharoff sul giornale liberal israeliano Haaretz racconta la giornata di lavoro di quei muratori, lavoratori palestinesi che partono da Betlemme, e si mettono in fila al Muro prima dell’alba, verso le tre, le quattro di notte. Un reportage duro, che parla di una realtà di cui pellegrini – che pure da quel Muro passano per andare alla Natività di Gesù Cristo – non hanno contezza.
E siccome oggi Haaretz è ricco di notizie e notiziole interessanti dalla Holy Land, la rassegna stampa continua con una news interessante per chi ama lo IPhone. Peace Now ha rilasciato un’applicazione (Facts on the Ground) per capire dove e come sono le colonie israeliane in Cisgiordania, e vedere come evolvono, quanto crescono, se il congelamento delle costruzioni è rispettato o no. Haaretz riporta anche le ultime firme eccellenti apposte negli Stati Uniti a sostegno degli artisti israeliani che hanno deciso di boicottare la colonia di Ariel in Cisgiordania. Non sono nomi da poco. Si tratta di Frank O. Gehry, uno dei più grandi architetti del mondo, che aveva deciso recentemente di ritirare la sua firma dal progetto per il Museo della Tolleranza finanziato dal Simon Wiesenthal Center, che si sta costruendo a Gerusalemme sul cimitero musulmano di Mamilla. Assieme a Frank O. Gehry, anche Daniel Barenboim, direttore d’orchestra tra i più rinomati ha firmato l’appello di Jewish Voices for Peace. A guardare l’elenco dei firmatari, c’è più di qualche nome dell’Olimpo di Hollywood. Dai “vecchi”, come Vanessa Redgrave, la Bertha Spafford in Miral di Jonathan Schnabel, a quelli sulla cresta dell’onda come Tony Kushner e Mira Nair. E via elencando.

Vorrei ringraziare Paola Caridi per l’esistenza di questo blog e per l’acutezza di tutte le notizie che finora vi ho letto. E’ questo un lavoro di una preziosità senza eguali, di una rarità tale che ne fa una vera oasi nel deserto del giornalismo odierno. complimenti per il coraggio, per la perseveranza e perl’immensa forza di volontà.