Gerusalemme 2010, secondo Bruxelles

Ha ragione una dei portavoce dell’Unione Europea a Bruxelles, Maja Kocijancic, nel dire che il rapporto fatto vedere alla France Presse è “di routine”. Il rapporto che ogni anno i capi missione a Gerusalemme e a Ramallah (leggi: i consoli europei) elaborano e approvano perché a Bruxelles, poi, si sappia di cosa si parla quando ci si occupa di Gerusalemme. Un rapporto interno, certo, ma non per questo meno delicato. Anzi. E’ talmente  delicato che talvolta, come successe – se non sbaglio – nel 2005, non venne approvato e reso pubblico dal vertice dei ministri degli esteri della UE perché, in effetti, non era proprio bonario o buonista. Meglio, insomma, tenerlo nel cassetto.

La questione è che i capi  missione (leggi: i consoli europei) descrivono non solo a Bruxelles, ma ai loro singoli ministeri nazionali, la realtà sul terreno. Molto differente dall’idea che di Gerusalemme  si ha, o si vorrebbe avere, al tavolo negoziale. E anche stavolta, nel Jerusalem Report 2010 purrtropppamente fatto leggere alla France Presse, gli estensori dicono  quello che dicono da anni. Semmai con più urgenza, perché – è uno dei messaggi del rapporto – se si continua così, con la politica perseguita da Israele a Gerusalemme est, la soluzione dei due Stati diventa impraticabile. Nei fatti. Nessuna divisione possibile, a Gerusalemme, tra una capitale per gli israeliani e una capitale per i palestinesi.

Perché? Il rapporto è chiaro: per la mancanza di permessi edilizi concessi ai palestinesi a Gerusalemme est (200 negli anni scorsi, a fronte dei 1500 di cui avrebbero bisogno), per le demolizioni, per la cacciata di famiglie palestinesi dalle case.

Such policies were also harming east Jerusalem’s “crucial role” in Palestinian political, economic, social and cultural life, and causing it to be increasingly isolated from the rest of the occupied West Bank.

Israel’s attempts to exclusively emphasise the Jewish identity of the city were threatening to “radicalise the conflict, with potential regional and global repercussions.”

Le novità del rapporto? La sottolineatura del ruolo dell’archeologia come strumento politico. Un uso che già era stato descritto in libri specializzati (due tra tutti: quello di Nadia Abu El-Haj, Facts on the Ground. Archeological Practice and Territorial Self Fashioning in Israeli Society, e quello di Simone Ricca, . Israel’s Reconstruction of the Jewish Quarter after 1967) e nel rapporto di Ir Amin su Silwan e la Città  di Davide.

And the report warned of the EU’s increasing concern about Israel’s “use of archaeology as a political-ideological tool” in a bid to cement the Jewish state’s hold over the entire city.

L’altra novità del rapporto concerne le raccomandazioni. Per una volta tanto puntuali, pratiche. Comprese quelle che riguardano i tour operator europei, a cui viene sconsigliata la visita a hotel e siti archeologici gestiti da coloni. Domanda: compresa la Città di Davide?

The report concludes with a series of recommendations which call on senior EU officials “to regularly host Palestinian officials” at their offices in east Jerusalem, and to avoid having Israeli officials or security accompanying them on visits to the city’s eastern sector.

It also recommends advising EU tour operators to avoid settler businesses in east Jerusalem, such as hotels and archaeological sites run by settler groups.

And it proposes ensuring an EU presence when there is a risk that people may be evicted or have their homes demolished in east Jerusalem.

La foto ritrae il Mandelbaum Gate, il passaggio tra Gerusalemme ovest e Gerusalemme est, tra 1948 e 1967. Lungo la Linea Verde. A proposito, sulla Stampa di oggi c’è un articolo mio e di Emiliano Guanella sul riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Brasile e Argentina. Buona lettura.

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