Francamente, sarei rimasta a parlare dei ‘ragazzi di Tahrir, che mi sembra – ancora – oggi – il lato più importante, dirimente, visionario e qualificante della rivoluzione egiziana del 25 gennaio (la foto è dedicata a loro, ovviamente, presa dall’album su Flickr di Hossam el Hamalawy).
Siccome, però, gli scenari politici fanno tanto à la page, forse è meglio dare qualche indicazione di massima, su alcuni dei personaggi di questi colloqui in corso tra il vicepresidente e capo dell’intelligence egiziana Omar Suleiman e parti dell’opposizione al regime di Hosni Mubarak.
Anzitutto, cominciamo dal Comitato dei Saggi, un gruppo di 18 persone che si è formato negli scorsi giorni, per tentare di mediare tra la rivoluzione di piazza e il regime, pur non avendo mandato da nessuno. Ne ho individuati 13, del Comitato dei Saggi. Molte di loro sono persone stimate, e credo anche possano fare un buon lavoro. Non c’è però nessuno di quel mondo dell’attivismo sui diritti civili e umani (avvocati, medici, professionisti) che negli anni ha tenuto alta la barra.
Andiamo però con ordine. Di Naguib Sawiris, ex patron della Wind, si sa tutto. Anche che lui, cristiano copto, è l’uomo più ricco dell’Egitto, e potrebbe anche profilarsi in un modo simile a quello in cui George Soros (meglio, Gyorgy Soros) si è profilato per l’Ungheria 1989. Certo, ha vissuto nel regime, lui e la sua famiglia di tycoon, dal fratello che ha investito nei resort (e in downtown Cairo) sino al padre che ha creato il gigante Orascom. Comunque, Sawiris è determinante anche per il ruolo della comunità copta, divisa sull’appoggiare o meno Mubarak, dopo il pronunciamento (scellerato?) dell’anzianissimo pope Shenouda III a favore del regime. Sawiris è con il cambiamento, e questo fatto aiuta il futuro di una comunità che non è solo dentro lo NDP, è anche in piazza Tahrir.
Anche di Ahmed Zewail si sa quasi tutto. E’ l’esponente di una diaspora diffusa, e che è soprattutto concentrata negli Stati Uniti (per un suo magnifico ritratto, c’è Chicago di Alaa al Aswany). Gente che si è fatta valere all’estero, che ha addirittura avuto il Nobel, ma che non si è dimenticata del suo paese. Alcuni anni fa, Zewail parlò della necessità di un rinascimento arabo, perché non è estraneo al dna arabo, se solo si pensa all’età dell’oro andalusa. Zewail può essere anche un uomo che non spaventa gli americani, timorosi – per usare un eufemismo – del nuovo Egitto che negli scorsi anni non hanno voluto conoscere e vedere, dietro i vetri fumè delle loro auto blindate e dei loro macchinoni che ho visto sfrecciare per le strade del Cairo, e nei loro compound totalmente separati dalla vita della città, come separata è la loro blindatissima ambasciata di Garden City.
Altro uomo che non dispiace certo agli americani, anzi, potrebbe essere l’uomo che sa spiegare l’Egitto agli americani e viceversa, è Amr Hamzawy, giovane ma dentro il Comitato dei Saggi. È un politologo che ha cercato di raccontare l’Egitto – spesso inascoltato – dal Carnegie Endowment for Peace, il think tank americano che nel corso degli anni ha dimostrato di conoscere meglio le dinamiche politiche e i cambiamenti in corso al Cairo. Politologi sono anche Diaa Rashwan e Amr el Shobaki, entrambi profondi conoscitori dell’islam politico egiziano ma con accenti diversi. Così come diverso è stato l’impegno di Diaa Rashwan, vicino alcuni anni fa a Kifaya, pur essendo dentro il Centro di Studi Strategici Al Ahram, totalmente governativo.
Ci sono poi due giuristi, due ex ambasciatori, l’ex ministro dell’informazione Mansour Hassan. Ma gli altri nomi importanti sono due. Amr Moussa, segretario generale della Lega Araba, molto popolare, di cui ho già parlato in un altro post. E soprattutto Ibrahim al Moallem, capo del gruppo editoriale indipendente e privato Dar al Shourouk, il gruppo che pubblica Alaa al Aswany (suo buon amico), ma anche gli altri grandi scrittori egiziani. Da poco, da meno di due anni, ha aperto anche un quotidiano che prende il nome dal gruppo, e che ha ospitato i severissimi attacchi di Aswany al regime.
Il Comitato dei Saggi non è inviso ai ragazzi di Piazza Tahrir. Anzi. Non li rappresenta, però, e non è questo il suo compito. Può tessere il sostrato giuridico per cambiare la costituzione egiziana, che lo stesso Mubarak aveva voluto emendare nel 2005 per tenersi in sella il più possibile, alla faccia di una normale e sana democrazia rappresentativa e sostanziale. Può portare richieste, facilitare, ma non più di questo. A meno che, e questo è possibile, non decida di assumere un altro ruolo, ma senza una rappresentatività (tanto da essere stato definito il simbolo di una nuova oligarchia).
Quando si parla, dunque, di un accordo, di una mediazione, di un negoziato, bisogna stare attenti ai termini che si usano. Siamo ancora ai preliminari, ed è ancora presto per parlare di una transizione guidata da Omar Suleiman, considerato dagli egiziani il numero due di Mubarak, colui che ha organizzato il mukhabarat, l’intelligence, che non gode certo di buona fama – neanche in questi giorni – per il suo controllo della vita di ognuno, e per lo stato di paura che gli egiziani hanno sempre vissuto in questi anni. Nessuno Jaruzelski, insomma, nessun Gorbachev si nasconde dietro Omar Suleiman, e diplomatici così come gli opinionisti farebbero bene a ricordarselo.
Quello che vorrei dire, e che tento di dire da quando è iniziata la rivoluzione, il 25 gennaio, è che le scorciatoie sono sempre possibili. Come quelle che qualche cancelleria sta cercando, nella speranza gattopardiana di conservare lo status quo: e non solo quella americana inciampata su Frank Wisner e il suo lavoro di lobby per le forze armate egiziane. Ma non solo non risolvono il problema, semmai lo amplificano. Ho citato, in un altro post, Willy Brandt e la Realpolitik. E non l’ho fatto a caso. Ero in Germania, in quel periodo, per motivi di studio (la mia noiosissima tesi di dottorato, scelta prima del 9 novembre e della caduta del Muro di Berlino, si intitola “La Questione della Riunificazione tedesca e la SPD 1949-55”). La riunificazione, insomma, non era un tema avulso dalla socialdemocrazia sin dall’inizio della nuova Germania, e lo fece capire con il lavoro per la Grundgesetz, la legge fondamentale. Anche la SPD aspettava solo il momento in cui la riunificazione potesse diventare realtà, e a capirlo fu lo stesso Willy Brandt, ex sindaco di Berlino, quando nel luglio-agosto del 1989 cominciarono a partire le famiglie della DDR in trabant. Era entusiata, ed era a favore della riunificazione. L’altra parte della SPD, rappresentata ad esempio da Oskar Lafontaine, non lo capì, pensava che la DDR riunificata alla Germania occidentale avrebbe trasformato il paese non più nel volano dell’Europa, ma in un elefante lento e quasi depresso. Non fu così, e Brandt ebbe ragione, perché Brandt sapeva mescolare visione e realismo, principi e conoscenza della società tedesca.
Solo partendo da una profonda conoscenza dell’Egitto di questi ultimi decenni si può pensare a una transizione seria e solida. Solo conoscendo il percorso dei protagonisti della politica, della società, della cultura e dell’economia egiziana, della loro stima o disistima tra la popolazione. Altrimenti, affidandosi solo a quelli che noi consideriamo nostri amici, la strada è breve. E il dopo sarà ancora peggio.
Ieri uno dei blogger di piazza Tahrir diceva in un tweet, lo cito a memoria, “se la rivoluzione ora fallisce, non preoccupiamoci troppo. Ci si rivede qui tra 7 mesi”. Era una piccola lezione di storia. Il 25 gennaio 1952 è considerato l’inizio della rivoluzione. Si concluse e realizzò sette mesi dopo, il 23 luglio. Memento.
Il prossimo post, sempre a proposito di scenari, sarà sui Fratelli Musulmani
Grazie.
Ti ho conosciuta grazie a Lia. Sono interessatissima al tema e non solo perchè mi sento legata al mondo arabo; ma perchè penso che tutti siamo collegati e noi, affacciati sul mediterraneo, ancora di più. Non mi sembra assolutamente un caso che il nostro premier sostenga ancora Mubarak … avrà sicuramente provato una sorta di identificazione … chissà come avrà paura…