A gentile richiesta, continuo a intrecciare i fili dei dolci lungo il Mediterraneo. Parlavamo di mosto cotto per condire la cuccìa siciliana, proprio al limite dell’autunno, al principio dell’inverno. E mosto cotto si usa per condire le carteddate pugliesi: un must, un cult per il Natale, direbbe qualcuno. Portando tutto alle sue giuste proporzioni, le carteddate sono l tipico esempio di come si fa festa col nuovo. L’olio nuovo, fondamentale per l’impasto. E il mosto cotto, appunto. Ingredienti di stagione, per festeggiare ciò che si è riusciti a ricavare dalla terra.
Le carteddate sono dei nastri girati in maniera tale da comporre una coroncina, per poi friggerli e infine lasciarli ‘bere’ mosto cotto quanto basta. Ora, ditemi se non è – in un certo senso – commovente la somiglianza estrema tra le carteddate e le tericcas. Spiega Anna, la mia Virgilio della cucina sarda: “la tericca doveva avere pasta sottile ed una certa lavorazione estetica. Quelle brave fanno dei veri pizzi: pasta sottile, immacolata e una certa fantasia nella plasticità. Le tericcas che ho trovato su internet sono più da lavorazione industriale o da manualità poco raffinata. Di fatto tra la parte ripiena e la bordatura deve esserci maggiore spazio”.
Tericcas, dolci sardi in questo caso tipici della Pasqua, coroncine ripiene – appunto – di un composto di cui è regina il mosto cotto…
Non dico altro. Se per caso doveste rintracciare altri fili, fatemi sapere.

