La parentesi la devo aprire perché una della covata giovane di Lettera22, la nostra Lucia Sgueglia ormai moscovita, mi ha fatto capire che non è scontato sapere quali siano stati i miti e i sogni di Obama, nato come me nel 1961. La sottolineatura di Lucia mi ha fatto ovviamente sentire vecchia, ma passiamo oltre.
E’ molto probabile che gli europei (e gli italiani) della covata 1961 abbiano avuto cibo, vitamine, e canzoncine diverse da cantare. Che le Hawaii e la Jakarta frequentate dal neopresidente americano fossero molto lontane da Roma. Eppure, qualcosa in comune, quelli della covata 1961, ce l’hanno. Intanto, nel 1968 erano troppo piccoli, e poi negli anni Settanta hanno sentito la pesantezza delle sconfitte (quella del Vietnam, in America, e quella degli anni di piombo da noi). In compenso, di miti ne hanno avuti parecchi: di quei miti che ti fanno credere possibile sognare e realizzare il sogno. Avevamo meno di 10 anni, quando il primo uomo è atterrato sulla Luna. Per questo può essere non retorico, per Obama, dire che nulla è impossibile. A quei tempi, noi bambini pensavamo che tutto sarebbe stato a portata di mano.
Sapevamo anche quanto dolore ci fosse nel mondo. A noi, alle elementari, ci facevano pregare per i bambini del Biafra, mentre la tv di stato trasmetteva le immagine dei bonzi che a Saigon si davano fuoco contro l’occupazione americana. E poi piangemmo, realmente piangemmo per Bob Kennedy, per Martin Luther King e il suo sogno, mentre il mondo era spaccato da un Muro che iniziarono a costruire mentre nascevamo. Questa compresenza di sogno e dolore, di ottimismo e lacerazioni, di alti ideali e sangue, non può essere mai considerata separamente. Eravamo troppo piccoli per la “fantasia al potere”, già grandi per capire – anche a sinistra – che c’era qualcosa che non andava nel libretto di Mao e nel tallone sovietico in Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria.
Non ci metto la mano sul fuoco, che Obama abbia visto tutto questo. Ma ci sono alte probabilità che abbia mangiato un cibo simile. Obama appartiene a quella piccola pattuglia di americani che conosce la geografia, che si è laureato in uno dei templi della Ivy League, che quando parla fa percepire di conoscere quello di cui parla. Non è più un giovane, va verso i cinquanta, ma rappresenta lo stesso una rivincita per una generazione che è stata spesso bloccata ai posti di partenza, stretta a tenaglia tra un prima e un dopo. Speriamo che di questa generazione, un po’ negletta, mostri uno dei tratti migliori.