Gaza è sempre chiusa

…ed è sempre chiusa anche ai giornalisti. Ormai sono circa venti giorni che nessun giornalista riesce ad aver il permesso dalle autorità israeliane di entrare a Gaza. Non ha sortito effetto la lettera firmata dal Gotha mondiale dei media, e ora l’associazione stampa estera ha depositato una petizione presso la Corte suprema israeliana, che ha dato al governo 15 giorni di tempo per motivare il provvedimento. Il tempo, però, stringe, e oggi è stata indetta una riunione dell’associazione per capire il da farsi.

Nel frattempo, in casa palestinese le già (quasi) inesistenti relazioni tra Fatah e Hamas si complicano ulteriormente. Mahmoud Abbas ha intascato l’elezione da parte dell’OLP a presidente del futuro Stato palestinese, quello dichiarato indipendente dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina nel 1988. Un modo per aggirare la scadenza del 9 gennaio, dopo la quale Abu Mazen decade formalmente dalla sua carica di presidente dell’ANP. Abbas ha parlato di elezioni presidenziali e legislative anticipate, mossa che Hamas non vuole, e che invece Yasser Abed Rabbo (che sembra il consigliere che più spinge per le consultazioni, nell’entourage della Muqata) caldeggia come il modo per risolvere il coup di Gaza del giugno 2007.

Fatto sta che la situazione si fa sempre più delicata. Haaretz ha pubblicato ieri la notizia che Hamas sarebbe spaccata tra leadership all’estero e Cisgiordania contro Gaza. Difficile capire se la notizia sia vera. Yasser Arafat, per esempio, lo diceva spesso che Hamas era spaccata, e in quel caso che subiva l’influenza della leadership all’estero. La questione vera è che Hamas è realmente suddivisa in quattro settori, che i quattro settori discutono, poi arrivano a una decisione a maggioranza e quella poi seguono, tutti quanti, da vent’anni compatti. La storia, insomma, è un po’ più complessa.

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