La vera Realpolitik passa dai diritti

 

Questo articolo lo avevo pubblicato un mese e mezzo fa. Parla di stabilità e diritti. Oggi, dopo le rivelazioni provenienti dal Cairo sul caso di Giulio Regeni, mi sembra il caso di riproporlo. Soprattutto a chi usa la Realpolitik senza etica.

Una terra distrutta da bombardamenti devastanti. Popoli piegati da morte, sofferenza e crudeltà, milioni in fuga dalle proprie case. Fame, povertà. Massacri deliberati. Dittatori spietati. No, non è la descrizione per titoli del disastro in cui versano ampie aree del Medio Oriente e il Nord Africa. È la descrizione dell’Europa a cavallo della seconda guerra mondiale. Un continente in preda a un’instabilità che poggiava su molte, complesse ragioni, ma che aveva nella mancanza dei diritti più elementari il suo peccato originale. image

Dalla soppressione dei diritti più elementari si sono fecondati razzismo, fascismo e nazismo, la dittatura franchista, la vergogna oscena della Shoah. La storia europea del Novecento è la storia di un fallimento, quello che pensava di poter governare la crisi attraverso le parole forti, gli slogan, le autocrazie, le ricette demagogiche. Certe volte, quando si guarda alla cronaca e alla storia dei paesi fuori dai confini dell’Unione Europea, occorrerebbe avere memoria di noi, e dei nostri peccati gravi che hanno contagiato l’intero pianeta, conducendo il mondo dentro due conflitti mondiali.

La memoria di ciò che è stata l’Europa serve, oggi, a confutare quella vulgata che percorre – neanche tanto tra le righe – le analisi considerate più addentro alle questioni diplomatiche e di politica internazionale. E’ la vulgata secondo la quale occorre sacrificare tutto sull’altare della stabilità. Soprattutto quando sono in gioco i nostri interessi, economici e strategici. La stabilità – concetto quanto mai vago – è la patente che viene data, in questi giorni e in questi anni più recenti, ad alcune autocrazie del mondo arabo. Soprattutto, al regime egiziano di Abdel Fattah al Sisi sotto cui giace un paese piegato dalla violazione continua e costante dei diritti umani, un paese in crisi economica, un paese smarrito.

La stabilità dell’Egitto, si dice, è la stabilità dell’Italia. La stabilità dell’Egitto, si dice, è la nostra prima e più avanzata trincea per fermare il mostro di Da’esh, il sedicente “stato islamico”. La stabilità dell’Egitto, si afferma con quel tono di finta commiserazione, deve purtroppo sacrificare sull’altare della sicurezza il diritto, i diritti e le vite degli egiziani, che non sarebbero ancora pronti a vivere in una democrazia. E dovrà sacrificare anche la richiesta di verità e giustizia per il caso dell’assassinio di Giulio Regeni.

Al di là delle volgarità inaudite di alcuni commenti su Giulio Regeni e sui ricercatori in aree complesse come l’Egitto, sono le riflessioni sulla stabilità che debbono preoccuparci di più. Sono legate a una vecchia, fallita idea delle relazioni internazionali, che racchiudono dentro stanze del potere più simili alla Spectre che alla realtà. La Storia, la storia che cambia tutto, travolge quelle stanze, quelle riunioni, quelle ciniche decisioni a tavolino come uno tsunami. Ce lo ha mostrato papa Francesco, quando ha dato voce a chi la Storia la fa, dentro un campo profughi, a Ciudad Juarez, nelle carceri.

La Storia dell’Europa è stata modello. Nel male, inaudito, della prima metà del Novecento. Nel bene della sua rinascita, dopo il 1945. Mai posto nel mondo è stato così stabile come l’Europa occidentale nella seconda metà del secolo, costruita su una rivoluzione pacifica, quella costituzionale. Italia e Germania, modelli del male, hanno elaborato le costituzioni più belle del continente. Al centro, i diritti inviolabili.

È una sintesi che avrebbe bisogno di una riflessione più complessa, certo. Parla, però, di una realtà incontrovertibile: la stabilità dell’Europa si è legata del tutto e in maniera indissolubile al sostegno degli Stati di diritto e all’affermazione dei diritti umani e civili. Lo dimostrano le due instabilità degli scorsi decenni: la caduta del sistema dei satelliti dell’Unione Sovietica, causata dall’assenza delle libertà, e la disgregazione della Jugoslavia, dissolta anche per il peso di una crisi della rappresentanza reale. A darci la prova del nove è l’attuale crisi dell’Europa, che trova proprio nell’indebolimento dei diritti il suo vulnus, per il modo in cui affronta le migrazioni.

No, non è vero che la stabilità ha bisogno di un autocrate. Non è per niente provato che la stabilità, nella regione araba, vada di pari passo con la violazione dei diritti umani e civili. Mai l’Egitto è stato, nella sua storia repubblicana, così instabile come lo è oggi. E non per il terrorismo. L’Egitto è instabile perché vive sotto un regime in cui il controllo della polizia e dei servizi di sicurezza (a cui è stata garantita impunità, qualunque nefandezza commettano) è capillare. L’Egitto è instabile perché da decenni non è stata data risposta alla richiesta di democrazia e di un nuovo, dignitoso contratto sociale alle generazioni giovani. Le mancate risposte hanno dato la stura a una rivoluzione, quella del 2011, che non si è ancora conclusa.

Ciò che applichiamo a noi stessi, all’Europa, va applicato – come chiedono d’altronde le Convenzioni internazionali nate non casualmente dopo la seconda guerra mondiale – al resto del pianeta. Regione araba compresa. A meno che non si voglia credere veramente alla fola che gli arabi non siano costituzionalmente portati alla democrazia, o credere a chi – tra coloro che detengono il potere nelle capitali arabe – afferma che ci sia ancora bisogno di decenni per portare la democrazia in Medio Oriente e Nord Africa. La stabilità araba è, per citare un grande intellettuale democratico libanese ucciso pochi anni fa, Samir Qassir, inversamente proporzionale alla “infelicità araba”. Solo la difesa dei diritti e una posizione ferma verso le autocrazie al potere e le controrivoluzioni in corso possono sostenere la stabilità.

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