C’è un’altra ragione di preoccupazione, in Israele. Ed è più a nord di Gaza, più a nord di Beirut, persino più a nord di Damasco. E’ addirittura a Istanbul, in quella Turchia che, negli assetti geopolitici del Medio Oriente, è sempre stato il rifugio per gli israeliani (politici e gente della strada) in un oceano di diffidenza e odio. In Turchia gli israeliani se ne vanno in vacanza, insomma, perché è la meta più vicina dopo Cipro, e anche la più economica. Dalla Turchia Israele compra acqua, prodotto molto, molto importante. E alla Turchia si è affidata come mediatrice per un possibile negoziato con la Siria, interrotto con l’inizio dell’operazione Piombo Fuso.
Israele era passata sopra la vittoria degli islamisti moderati ad Ankara, passata anche oltre le aperture di Erdogan e Gul verso Hamas, quando il movimento islamista palestinese vinse le elezioni del 2006. Ora, però, la Turchia – che ha un seggio non permanente nel consiglio di sicurezza dell’Onu – non sta più zitta, e anzi i suoi leader si sono espressi in maniera durissima contro Israele, per i bombardamenti su Gaza. La sonderweg turca sul Medio Oriente, insomma, non c’è più. O meglio, non c’è più l’equidistanza così come concepita da Israele. In compenso, la Turchia di Erdogan ha tutta l’intenzione di continuare ad essere una potenza regionale, così come si è profilata in questi ultimi anni: la spola diplomatica di questi giorni lo dimostra, se anche ve ne fosse stato bisogno. E se la Turchia modifica le sue posizioni su Israele, pur continuando a mantenere alto il suo profilo, cosa succederà nei prossimi mesi? Intanto ieri, inTurchia, una squadra di basket israeliana è dovuta scappare negli spogliatoi per sfuggire alle proteste dei tifosi della squadra di casa. E di manifestazioni antiisraeliane, nella patria di Ataturk, ve ne sono già state. La Turchia, ora, non sembra più essere un rifugio.