E l’Egitto?

L’Egitto è la vera sfinge di tutta questa storia. Le accuse che Hosni Mubarak abbia dato la luce verde al ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni girano per tutto il mondo arabo, e hanno costretto il regime del Cairo a smentire anche l’indiscrezione pubblicata da Haaretz, secondo la quale Mubarak avrebbe detto, in una riunione ristretta con inviati europei, che non doveva essere permesso a Hamas di vincere. L’unica cosa che si può fare è elencare dei fatti, delle notizie grandi e piccole, e provare a leggere tra le righe.

Primo fatto: i tunnel sono stati tollerati per mesi dagli egiziani. Erano centinaia, di lì è passato di tutto, comprese mucche e pecore, con i due occhi chiusi delle autorità dall’altra parte del confine di Rafah. Era un modo per calmierare la situazione, e non avere troppa pressione sulla frontiera. Ora, invece, i tunnel fanno parte del negoziato in corso a New York e tra le varie cancellerie.

Secondo fatto: la gestione del valico di Rafah. Sembra rientrare in ballo l’EUBAM, che aveva gestito il valico dal 2005 sino, in pratica, al coup di Hamas a Gaza del giugno 2007. Nonostante i membri dell’EUBAM non vadano a Rafah da molti mesi, il corpo europeo di monitoraggio del valico è sempre in vigore, e il cambio al vertice, avvenuto a dicembre, è uno di quei fatti, piccoli, che però possono essere utili in un negoziato. Non c’è più un capo italiano, il generale dei carabinieri Piero Pistolese. C’è al suo posto, ora, un colonnello francese, e siccome è Nicolas Sarkozy in pole position nella mediazione, un francese alla testa dell’EUBAM può fare comodo. Anche perché la nostra mancata equidistanza non ci rende utili nella trattativa. Meglio lasciare il posto ad altri… Abul Gheit, in diretta sulla CNN dal Palazzo di Vetro, conferma che Rafah fa parte del pacchetto negoziale, che dovrebbe svolgersi in queste fasi: cessate il fuoco temporaneo tra Hamas e Israele, passi per un cessate il fuoco permanente, discussione sull’apertura di Rafah con l’ANP (Abu Mazen) e con gli europei, secondo l’accordo del novembre 2005, poi ripresa del dialogo interpalestinese per un governo di unità nazionale, “di riconciliazione, di transizione, chiamatelo come vi pare”, ha detto il ministro degli esteri egiziano. Programma ambizioso, ma di certo ora si intravvede un po’ di strategia politica, almeno da qualche parte.

Terzo fatto: l’Egitto vuole ancora essere protagonista della mediazione, e Hamas non può fare a meno di considerare l’Egitto un mediatore. Dirigenti di Hamas sono al Cairo, nonostante il rulo del Cairo si sia molto appannato, e la sua posizione sia tutta a favore di Abu Mazen, in quel che resta del dialogo interpalestinese. L’Egitto, però, potrebbe avere ancora un ruolo se sostenuto da un altro attore internazionale, la Turchia, che può essere forse il vero ponte con Hamas, viste le posizioni assunte negli ultimi giorni. Mubarak non rischierebbe, mandando soldati egiziani a Gaza. La Turchia potrebbe avere la forza di trattare.

Il resto alla prossima puntata

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