Questa è la seconda e ultima parte delle letture che ho tenuto nel mio tour negli Stati Uniti, Messe insieme, rielaborate, e soprattutto ritradotte. Tra una sezione e l’altra è passata un brandello di storia, e cioè la dichiarazione di Donald Trump con la quale rende formale il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Un gesto formale politico, che fa seguito alla presa di posizione del Congresso nel 1995 per lo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ho dunque aggiornato questo lavoro alla luce di quello che sta accadendo in questi giorni. Buona lettura.
Terza parte – RIDEFINIZIONE SPAZIALE DELLA VITA SOCIALE E COMUNITARIA DI GERUSALEMME
Gerusalemme, l’archetipo della Città, è a rischio in quanto città. Perché non ha più una piazza.
Rinchiusi all’interno delle vecchie linee di confine del Mandato britannico e dentro le nuove limitazioni legate alle questioni di sicurezza gestite dagli israeliani, i quattro quartieri della Città Vecchia non condividono più uno spazio comune. Nessuna strada funziona più come, per esempio, funzionava il Cardo nei tempi antichi. Come un’asse che univa la città ed era luogo di commercio e mescolanza. Neanche il mercato all’interno della Porta di Damasco è più lo stesso luogo in cui tessere relazioni, come tutti i mercati.
Non si riesce più a trovare, a intravedere una piazza condivisa e pubblica.
Se la piazza è il simbolo per eccellenza di uno spazio pubblico condiviso da tutte le comunità, della mescolanza e della libera circolazione di uomini e relazioni, allora a Gerusalemme mancano spazi pubblici. Non ci sono nella Città Vecchia. Né nella Gerusalemme nuova.
La limitazione e l’esclusività degli spazi sociali è definita al meglio dalle due piazze più famose. Nei fatti, le uniche due grandi piazze nella Città Vecchia. La Spianata delle Moschee e, nello spazio sottostante, la piazza che riunisce e conduce i fedeli ebrei al Muro del Pianto. Una piazza accanto all’altra. Marchiate con una connotazione religiosa assoluta, e anche con un profondo significato politico-religioso.
La Spianata delle Moschee e la Piazza del Muro del Pianto sono larghe, grandi, ma non inclusive. Simboleggiano la separazione e l’esclusività a Gerusalemme in quanto città contesa. Per gli ebrei, quella che da oltre mille anni è la Spianata delle Moschee è considerata il cuore dell’ebraismo e della fede. Per i fedeli palestinesi musulmani, il Muro del Pianto è il luogo negato della fede, il Muro del Buraq. Rappresenta anche la cancellazione della storia palestinese gerosolimitana attraverso la distruzione, da parte delle autorità israeliane, dell’antico quartiere Mughrabi nel luglio 1967, subito dopo la guerra dei Sei Giorni.
Entrambe le piazze sono luoghi esclusivi, in massima parte proibite ai membri delle altre comunità. Le realtà dell’una e dell’altra parte in conflitto si fronteggiano in modo non molto dissimile da quello che altre città contese hanno vissuto. Come a Berlino, l’esempio più evidente e immediato per il pubblico europeo. Fino al 1989, fino alla caduta del Muro di Berlino, i settori occidentale e orientale della città si fronteggiavano lungo la linea di divisione e la terra di nessuno. Est e Ovest si mostravano all’Altro con quello che ritenevano il simbolo della propria superiorità in termini di modello sociopolitico ed economico. Erano simboli d’impatto, simboli architettonici, edifici magnifici che dovevano imporre la propria immagine: a Ovest la StaatsBibliothek e la Philarmonie. A Est il complesso della Alexanderplatz.
Anche a Gerusalemme, le piazze si fronteggiano. E si fronteggiano in una porzione di città che assume in se stessa il conflitto più politico che religioso. Le piazze sono infatti nella Città Vecchia, e la Città Vecchia è nel settore occupato di Gerusalemme, nella parte orientale della Linea Verde. Il confronto tra le due piazze ad excludendum è dunque l’espressione spaziale e architettonica delle rispettive comunità che compongono la popolazione gerosolimitana, israeliana e palestinese. Quest’ultima rappresentata, appunto, nella sua dimensione politica e nazionale, che i palestinesi siano musulmani o cristiani. Le piazze sono un’espressione spaziale che in se stessa segna la differenza tra il simbolo – la piazza – e la realtà della Città Vecchia, sovrappopolata, chiusa, stretta nei suoi vicoli, i suoi angoli privi di luce. In quanto spazi larghi e vuoti, le piazze sono dunque una dimostrazione chiara di potere: sono spazi aperti che contengono la comunità dei credenti, vale a dire le masse, oltre a contenere i simboli della fede.
Le piazze della esclusività e della esclusione incarnano ciò che la realtà ci comunica. La storia contemporanea della città, quella successiva al 1948 e alla divisione di Gerusalemme, è stata riprodotta anche nella sua dimensione architettonica sulla narrazione di ognuna delle singole parti. Non c’è più una storia comune della città, come invece c’era prima del 1948. Ci sono, oggi, storie parallele che gli attori politici e diplomatici si rifiutano di conoscere. Se le conoscessero, entrambe, le loro proposte di soluzione del conflitto non sarebbero così, a loro volta, esclusive. La decisione di Donald Trump di dare seguito al Jerusalem Embassy Act approvato nel 1995 dal Congresso americano, e dunque di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, è in linea con questa interpretazione a senso unico della storia della città.
Un altro esempio possibile, e molto recente, di questa incapacità di leggere la storia di Gerusalemme come storia complessa è quello che è successo sulla Spianata delle Moschee, e tutto attorno allo spazio che in arabo si chiama Haram al Sharif. Eppure, comprendere la questione della Spianata delle Moschee ci direbbe molto riguardo al significato urbano della piazza. E cioè al suo significato politico.
Tra tutte le delicate questioni alla base del conflitto tra israeliani e palestinesi, la sovranità e il controllo dei luoghi santi di Gerusalemme sono, come minimo, le questioni più evidenti. Poco più di un anno fa, nell’ottobre del 2016, è scoppiata una dura controversia in sede Unesco in occasione della presentazione del documento che deplorava la politica israeliana sulla Spianata delle Moschee e intorno al terzo luogo santo dell’islam. Solo il più recente documento sulle violazioni di Israele in un’area non solo delicatissima dal punto di vista delle sensibilità religiose e politiche, ma che implica anche le relazioni tra Israele e la Giordania.
Quella occasione, che ha mostrato anche le posizioni ondivaghe di molti Stati europei, è servita a confermare tutte le difficoltà – si direbbe l’impossibilità – circa le ipotesi di trasferire il controllo militare e politico della Città Vecchia dalle autorità israeliane, in quanto potenza occupante, alla comunità internazionale e ai rappresentanti religiosi di tutte le fedi. L’ipotesi dell’internazionalizzazione dei luoghi santi di Gerusalemme, insomma, si infrange sull’impossibilità di imporre a Israele un trasferimento di potere. Non solo di sovranità. La cronaca di quei giorni dimostra, dunque, in modo cristallino quanto sia ardua la protezione dei luoghi santi. La reazione durissima del governo israeliano a guida Netanyahu, e della sua diplomazia, ha avuto come contraltare le dichiarazioni imbarazzate di molti governi occidentali contro un documento che, comunque, era stato presentato all’Unesco dai paesi membri.
Eppure, l’iscrizione della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue antiche mura nella lista del patrimonio dell’umanità dell’Unesco nel 1981, dietro richiesta della Giordania, è molto chiara nel definire quanto il sistema dei luoghi santi sia un oggetto fragile, per “il valore che Gerusalemme rappresenta per le tre religioni dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam”. Il rappresentante della Giordania era andato ben oltre, allora, nel descrivere la complessità del luogo, sottolineando che “è sempre stato nostro convincimento che la Città Vecchia di Gerusalemme costituisca un complesso storico che deve essere considerato nella sua totalità come un insieme coerente”.
La destra israeliana, ormai difficile da confinare nelle ali estreme e, anzi, parte integrante del governo Netanyahu, segue invece una precisa strategia ‘di potenza’ riguardo al futuro dei luoghi santi, in particolare di quelli musulmani. Il tentativo evidente è quello di hebronizzare lo Haram al Sharif, la Spianata delle Moschee, considerata dall’ebraismo il luogo in cui, fino alla distruzione del Secondo Tempio da parte degli occupanti Romani, si trovava il Monte del Tempio. Il cuore della fede. Il sacro. L’obiettivo dei gruppi della destra radicale è anche di realizzare un settore dedicato alla preghiera dei fedeli ebrei, e ripetere con l’andare del tempo la partizione tra la Moschea Ibrahimi e la Tomba dei Patriarchi. L’incremento esponenziale delle visite di gruppi radicali ebraici sulla Spianata, protette da ingenti apparati di sicurezza israeliani, è la dimostrazione che la vita dentro la Città Vecchia si fa ogni giorno più tesa.
La situazione attuale nella Città Vecchia di Gerusalemme mostra chiaramente cosa ci si può aspettare nel futuro molto prossimo, soprattutto dopo il viatico espresso dal presidente statunitense Donald Trump, che ha dato un sostanziale e formale via libera alle posizioni israeliane. Quello che era scritto nella decisione del Comitato per la difesa del patrimonio dell’Umanità dell’Unesco dell’ottobre 2016 è la descrizione di un presente già carico di tensione, e di un futuro ancor più difficile. Un presente che parla dell’aumento della violenza delle forze di sicurezza israeliane contro il diritto dei palestinesi di fede musulmana di accedere alla moschea di Al Aqsa per pregare e, contestualmente, per mantenere lo status quo sulla Spianata; dell’incremento delle provocazioni da parte degli estremisti e dei coloni israeliani che tentano di entrare sulla Spianata, nonché la sempre più frequente chiusura delle moschee, soprattutto in occasione delle festività ebraiche, invocando ragioni di sicurezza.
Il controllo israeliano di Gerusalemme, amministrativo e militare, è totale. Lo è da molto tempo. Eppure nessuno si sarebbe aspettato quello che è successo nello scorso luglio, quando la città è stata imbrigliata nella protesta pacifica e civile dei palestinesi. I fatti: tre palestinesi con cittadinanza israeliana hanno compiuto il 14 luglio scorso un attentato sulla Spianata delle Moschee, uccidendo due poliziotti di frontiera israeliani (della minoranza drusa). Dopo l’attentato, Israele aveva subito rafforzato le misure di sorveglianza e di sicurezza, installando attorno alla Spianata videocamere di sorveglianza, tornelli, metal detector. Senza alcun negoziato con il Waqf, l’organismo amministrativo-patrimoniale islamico. Il Waqf ha immediatamente chiesto ai fedeli di boicottare l’ingresso sorvegliato alla Spianata delle Moschee per opporsi a un profondo e unilaterale cambiamento dello status quo della Spianata, in area occupata. Una volontaria assenza dalla Spianata delle Moschee, in un gesto di disobbedienza nazionale su cui occorrerebbe riflettere di più per comprendere le dinamiche interne alla società palestinese gerosolimitana.
Dopo giorni di proteste di massa pacifiche, Israele ha dovuto cedere alle pressioni e rimuovere i nuovi sistemi di sorveglianza, pur conservando quello che già aveva: il controllo militare degli accessi alla Spianata. Solo allora, il Waqf ha chiesto ai fedeli di tornare ad Al Aqsa.
I palestinesi hanno considerato quella protesta come una vittoria. L’unica nel corso di molti anni. E obiettivamente si può affermare che le dimostrazioni serrate e compatte di luglio sono state un successo, una forma di protesta pacifica che ha messo in forte imbarazzo il governo israeliano. La protesta di Al Aqsa del 2017 è stata, infatti, una protesta con pochissimi precedenti, perché ha avuto una forte connotazione civile, accanto e forse ben oltre quella religiosa. Nella percezione gerosolimitana, Al Aqsa è un simbolo che ha a che fare molto di più con la dimensione nazionale, civile, di identità popolare, che con una dimensione legata solo a una precisa fede. Al Aqsa è il cuore, il fulcro della Città, perché nella storia e nella memoria collettiva quella che noi chiamiamo oggi la Città Vecchia era ‘La Città’ nella sua totalità. Non è un caso che i video e le testimonianze di quei giorni ci abbiano mostrato, nelle manifestazioni, la presenza tra chi protestava di palestinesi cristiani. È ancor più importante notare, però, che è stata la parte laica della società palestinese di Gerusalemme a partecipare in massa alla protesta assieme ai fedeli più devoti.
Quarta parte – RIDEFINIZIONE SPAZIALE DELLA CITTÀ IN SE STESSA
Gerusalemme ha più geografia che storia, oggi. Anche quando parliamo della città nella sua dimensione complessiva.
Un tempo, e per tanti secoli, Gerusalemme e la Città Vecchia erano lo stesso spazio urbano. I due concetti, i due spazi urbani si sovrapponevano. La prima immagine che i gruppi di viaggiatori avevano della città, nel loro pellegrinaggio in Terrasanta, erano le imponenti mura del sedicesimo secolo volute da Solimano il Magnifico. Le mura, le torri, i templi. Non è più così. Tanto che oggi dobbiamo nominare la Gerusalemme di un tempo, la Gerusalemme antica, la città entro le mura, come la Città Vecchia.
Le ragioni ci sono tutte. Gerusalemme non è più la piccola città della provincia ottomana circondata da mura, così come è stata quasi fino agli ultimi decenni dell’impero turco. È diventato una città densamente popolata, e anche una città con una consistente estensione. La più popolosa città in Israele. Nel giro di un secolo, Gerusalemme è stata oggetto di una trasformazione singolare, da centro urbano tutto sommato provinciale – se paragonato ai centri importanti di allora, Damasco, Baghdad, Cairo – alla capitale di Israele non riconosciuta dalla comunità internazionale. Una trasformazione così profonda, però, è avvenuta solo perché ha avuto come origine e ragione il conflitto israelo-palestinese. Senza la necessità di controllare la città, i suoi confini, la sua demografia, con tutta probabilità non vi sarebbe stata una così rapida espansione. Per dare un solo dato che serve a contestualizzare il cambiamento, la popolazione di Gerusalemme ha raggiunto quasi i 900mila abitanti alla fine del 2014, quasi raddoppiando i numeri del 1983.
Nella nuova configurazione di Gerusalemme, dunque, la Città Vecchia non è più la Città nella sua interezza, così come è stato per secoli, quando lo spazio urbano era completamente chiuso, racchiuso dalle antiche mura. La Città Vecchia è oggi più che mai il cuore di Gerusalemme, ricolmo di templi, di luoghi santi, di negozi, tensione, e fiammate di violenza.
L’antico centro storico è compresso da periferie ormai imponenti. La Città Vecchia ha la grandezza di una tessera in un enorme mosaico di quartieri residenziali, ex villaggi palestinesi, colonie israeliane. Il paradosso della storia, però, vuole che ancora oggi, a circa un secolo e mezzo di distanza dai grandi tour dei pellegrini europei, la Gerusalemme che appare agli occhi dei viaggiatori sia una città fortificata. Antimoderna, se si vuole. La città nelle mura. Non quelle antiche, che contengono semmai ora “solo” la dimensione religiosa e turistica di uno dei luoghi più contesi del mondo. Ma la città del Terzo Millennio, ampia, racchiusa nel Muro, muro di separazione per i palestinesi e “barriera difensiva” per gli israeliani. Muro, checkpoint, ingressi vigilati, terminal…
Dopo un periodo di apertura alla modernità, tra la fine dell’Impero ottomano e l’inizio del Mandato britannico, in cui i ceti borghesi cominciarono a costruire fuori dalle mura e dalle porte, Gerusalemme torna dunque alla dimensione premoderna e si cinge nuovamente di mura. Stavolta di cemento. Ancora più alte. E come succedeva sino al 1873, chiude anche le porte che immettono nella città, per proteggersi dall’esterno. Il Muro, stavolta, è quello costruito nell’ultimo decennio da Israele: cemento armato che penetra dentro la città, taglia fuori la Tomba di Lazzaro e arriva sino a un chilometro e mezzo in linea d’aria dalle antiche mura, inerpicandosi poi come un serpente per chiudere l’università palestinese di Gerusalemme, l’ateneo di Al Quds. E poi, a meridione, la barriera di cemento separa la città da quella che, nei secoli, è stata la sua appendice, Betlemme, ora rinchiusa come in cul de sac grigio e imponente, un serpente di cemento armato che divide e lacera il tessuto familiare della popolazione palestinese.
È un muro che si mostra al viaggiatore, al residente, all’abitante attraverso forme diverse: le lastre prefabbricate di cemento alte sino a nove metri, i reticolati, e poi i terminal, le porte di sicurezza che immettono nella città da tutti i punti cardinali. I cosiddetti “checkpoint”, tutto fuorché un controllo di sicurezza volante: al contrario, veri e propri passaggi di confine, che spesso – però – sono stati costruiti su territorio palestinese e, anche dentro la città, non separano israeliani da palestinesi. Bensì palestinesi da palestinesi, come succede a Betlemme, e come succede verso Ramallah, al passaggio di Qalandya.
Gerusalemme è ancora una fortezza, alla stregua di un accastellamento di stampo medievale. I checkpoint sono i suoi ponti levatoi postmoderni.
È superfluo ricordare quanto Gerusalemme sia una questione estremamente complessa, all’interno del conflitto israelo-palestinese. Motivo per il quale, negli scorsi 25 anni del processo di pace secondo il paradigma di Oslo, Gerusalemme è stata riposta con cura dentro un cassetto diplomatico. Come se fosse polvere sotto il tappeto. Lasciare nel cassetto Gerusalemme, evitare di affrontarne la complessità non ha, però, reso più semplice la situazione sul terreno. Al contrario. È stato dato in questo modo un implicito e silenzioso via libera a chi controllava e controlla la città – cioè Israele – di realizzare fatti sul terreno, in misura tale da erodere ogni giorno di più la possibilità di un compromesso onorevole e sostenibile per entrambe le parti. Ora Gerusalemme non si può più dividere secondo la Linea Verde, né secondo qualsivoglia linea di divisione.
Vi è poi una questione di fondo, che la dichiarazione di Donald Trump con cui gli USA riconoscono Gerusalemme capitale di Israele ha portato sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. La storia straordinaria e unica di Gerusalemme demistifica già di per se stessa lo stereotipo di una identità a seconda dei punti cardinali. Est e ovest. Est od Ovest. Dal 6 dicembre è apparso chiaro, anche a chi non ha mai visto Gerusalemme, che le due comunità sentono la propria identità gerosolimitana come una. E una soltanto. Appartengono a una città, non alla sua parte orientale od occidentale. I punti cardinali riguardano solo gli ultimi decenni di una storia plurimillenaria. Riguardano solo un periodo della storia contemporanea di Gerusalemme. Per millenni appartenere a Gerusalemme significava essere della città, e non di una sua parte. Nella sua unicità, Gerusalemme è paradossalmente anche oggi un corpo – un corpus – completamente separato – separatum – da tutto il resto. Gerusalemme, insomma, incarna la sua peculiarità. E le comunità vivono una particolare, difficile, tesa, e soprattutto asimmetrica coesistenza. Tra chi governa e chi subisce l’occupazione da oltre cinquant’anni.
Dovremo probabilmente tornare a quello che scriveva Avishai Margalit nel 1991, e che ognuno di noi sa nel profondo. Nonostante tutto, Gerusalemme ha più storia che geografia. Utilizzando le parole di Edward Said, in una intervista rilasciata a Cindy Katz nel 2000, “la geografia è l’espressione della storia più di qualsiasi altra disciplina”. Solo così, forse, saremo sul giusto percorso per immaginare una soluzione giusta e duratura a una tragedia talvolta incompresa perché poco conosciuta.
(le foto in bianco e nero di pubblico dominio sono conservate presso la Library of Congress a Washington, DC, e fanno parte del fondo Eric Matson http://www.loc.gov/pictures/collection/matpc/)
