Ho deciso di mettere in linea il testo di Cafè Jerusalem, sul palcoscenico tra 2015 e 2017 nei teatri italiani, prodotto da Suq-Chance Eventi e Teatro Stabile di Genova. Musiche originali dei Radiodervish, che hanno prodotto sul testo un album dallo stesso titolo, Cafè Jerusalem. Avete, dunque, già la colonna sonora che può accompagnare la lettura di questo testo.
Cafè Jerusalem – testo teatrale di Paola Caridi
Musiche originali – Radiodervish
PERSONAGGI
Nura, la protagonista, palestinese di fede cristiana, nata e cresciuta a Gerusalemme
Musa, un giovane membro della famiglia Dajani, una delle famiglie più antiche della città
Moshe, ebreo sionista, arrivato a Gerusalemme negli anni Venti del Novecento, l’antico amore di Nura
Nabil, il suonatore di oud cieco
Ambientazione: siamo a Gerusalemme, in un tempo sospeso che è dentro l’oggi, la cronaca e l’attualità, ma torna indietro alla giovinezza di Nura, al periodo del Mandato Britannico in Palestina. La guerra per Gerusalemme percorre tutta la narrazione. Nura è l’anziana proprietaria di un caffè nella Città Vecchia, un tipico caffè arabo. Nel caffè ingombro di bauli, in fase di definitiva chiusura, si attarda ancora il gruppo musicale che ha suonato nel caffè, seguendo un’antica tradizione di accoglienza e di offerta culturale e artistica. Il gruppo musicale entra come un contrappunto nella recitazione, e fa parte a pieno titolo della rappresentazione.
Nura: Tutto dentro, tutto. Tutto dentro. Devo chiudere, chiudere la cassa. Chiudere il caffè. Serrare la casa. E portarmi via la chiave.
Devo andarmene. Qui non è più un buon posto. Per vivere. Per essere curati. E magari morirci pure, in questa prigione dove tutti vorrebbero venire.
E poi questa pioggia mi fa male. Tutte le volte che piove, a Gerusalemme, le ossa non mi fanno dormire. È sempre la solita storia. Piove, tira il vento teso, fa freddo. Il deserto di Giudea, laggiù in fondo, Gerico, sono solo un miraggio, quando è inverno. Fa freddo, nelle ossa.
Questi inverni non li sopporto più! Potevo resisterci quando veniva la neve. Ma anche la neve è cambiata. Compare ormai – quando va bene – un giorno all’anno.
Il bollitore! Ecco dov’era andato a finire! È il vecchio bollitore del caffè di Ammo George.
Io i segreti di mia madre li ho scoperti piano piano.
“Mezzo classico, mezzo nero, una bella manciata di cardamomo. Mi raccomando, Nura! Diglielo ad Ammo George, fatti dare la miscela che vuole Umm Sleiman.”
Mezzo classico, mezzo nero. Ma hel, con una bella manciata di cardamomo. Perché tutto parte dalla miscela.
“Altrimenti, vanno da Minas, che già si prende un bel po’ di buoni clienti, su a Bab El Khalil, alla Porta di Giaffa. E invece devono venire da noi, qui giù, alla porta del mercato.”
La porta di Damasco. Lì dove batte il cuore di Gerusalemme.
“Ricorda, Nura. Mezzo classico, mezzo nero, e una manciata di cardamomo”, che Ammo George gettava in mezzo ai chicchi di caffè con quell’indimenticabile movimento della mano. Largo. Come spargere semi sulla terra.
Ricorda, Nura …ricorda… Ricorda, Nura
Nabil: legge i primi versi di una poesia di Mahmoud Darwish in arabo
(per esempio, “La terra è stufa di noi”)
Nura: Mamma… Mamma volava, volava via, mentre faceva il caffè.
Metteva l’acqua sul fuoco. E aspettava che fosse molto calda.
Mio padre, sì, mio padre voleva una media quantità di zucchero.
Wasat, al centro.
Come la sua vita, al centro, per evitare discussioni con chiunque. I britannici, i sionisti che stavano arrivando, i palestinesi…
“Meglio non avere rogne – diceva. Meglio conservare il caffè, la clientela, i soldi”.
Wasat! Wasat!
Te lo ricordi anche tu mio padre, vero, Nabil? Mio padre ti aveva preso, quando eri poco più che un ragazzino. Ti aveva preso al caffè anche se eri cieco, perché l’oud, il liuto lo suonavi come pochi, a Gerusalemme.
E poi tu eri uno hakawati, anche così piccolo. E gli hakawati raccontano le storie, la storia.
Nabil: Allah yerkhamismo. Che Dio benedica il suo nome, Nura. Abu Sleiman è stato per me il padre che non ho avuto. Pensa, quando era venerdì mi accompagnava sino alla porta dello Haram. Alla grande moschea.
Nura: Dio ti renda merito, Nabil. Mio padre aveva cura di te, come il più piccolo dei suoi figli.
Wasat, wasat! Urlava mio padre dall’altra stanza.
Mia madre, ormai, non rispondeva neanche più. Neanche si irritava più per quel marito che la redarguiva sui cucchiaini di zucchero.
Metteva lo zucchero nell’acqua già bollente, e lo zucchero scompariva subito. E poi metteva la polvere di caffè, un bel cucchiaino per ciascuno. Due persone, due cucchiaini. Cinque cucchiaini per cinque persone. Sei per sei… e sempre un po’ di caffè anche per il bollitore.
“Non fare mai bollire il caffè, Nura! Stacca il bollitore dalla fiamma. Sollevalo! Così. E poi di nuovo giù.
(Nura imita le movenze della madre, porta in alto e di nuovo in basso il bollitore con gesti misurati e cadenzati)
Gira piano col cucchiaino la schiuma che fa il caffè, avanti, sotto, avanti, e poi di nuovo sotto.”
Una, due, tre volte. Il bollitore lontano dalla fiamma. Il cucchiaino fuori e dentro la schiuma.
E la schiuma così, come per incanto, si dirada, come il cerchio fatto da un sasso nello stagno.
Un cerchio nero che si allarga, una pupilla che si dilata.
E’ ipnotico, è come un sogno fare il caffè come lo facciamo noi palestinesi, a Gerusalemme. Perché noi pensiamo, quando prepariamo il caffè. Oppure, oppure non pensiamo a niente, mentre guardiamo il cerchio nero che si allarga, e precipitiamo lì dentro, dentro l’acqua, il caffè, lo zucchero.
Siamo in un tempo sospeso. Come il nostro tempo qui, a Gerusalemme.
Nura: Tutto dentro, tutto. Devo chiudere la cassa. Chiudere il caffè. Serrare la casa. Abbandonare i vicoli, il profumo della Città Vecchia. La pietra, i passi sulla pietra. Ma prima devo imprimere la memoria nei miei occhi. La Città, nella memoria, prima di andarmene.
(Nura si siede su un tavolo e poi ci si sdraia con la schiena completamente appoggiata. La testa è a penzoloni verso la platea. Sembra come colta da dolore insopportabile)
Ci sono voluta andare ancora una volta, là, nei giardini. Prima di lasciare Gerusalemme. A Musrara, dove una volta si viveva bene. Assieme. Prima della guerra.
Ci sono andata di sera, quando per le strade non c’è quasi nessuno e il parco dei bambini è vuoto. Non volevo farmi vedere, mi avrebbero trattata da straniera. Lì ci stanno gli altri, ora.
Io me ne sto dalla mia parte. Nel mio recinto. Loro nel loro.
Ora siamo tutti nei recinti. A Gerusalemme. Ognuno nella cella che gli hanno assegnato. Di qua. O di là. Ognuno con la propria gente.
Nessuna terra di nessuno, qui. Non più. Qui non si è mai anonimi, non ci si perde mai, tra la gente. Sempre riconoscibili, col marchio, le divise, i segni. Come se avessimo un codice a barre tatuato sulla guancia.
L’altra sera, però, non ce l’ho fatta. Sono scappata dal recinto. Volevo rivedere le nostre case… Sono uscita dalla Porta di Damasco. Ho superato la fermata dei taxi. I negozi della vecchia Musrara stavano per chiudere. Immondizia per ogni dove. I resti del mercato. Ho percorso la stazione degli autobus, attraversato lo stradone, salito quella fragile scaletta che hanno messo per arrivare al parcheggio a pagamento.
Musrara!
E poi su per la salita. Faticosa, ormai. Sono vecchia. Ansimavo, per l’emozione.
I muretti che proteggono le case sembrano gli stessi. Gli stessi di prima. Forse. Silenzio, buio. Le nostre case sono sempre lì. Quella di mio zio, il giudice. E della mia madrina. E del nostro amico che lavorava con gli inglesi. Sono sempre là, a metà della strada, davanti al piccolo parco. Anche se casa nostra l’hanno cambiata. Ci hanno messo il cancello elettrico. Automatico. Chiuso e sprangato.
Ma qualche albero, dei tempi miei, c’è ancora. I cipressi, il gelso.
Ora qui ci abitano gli altri.
Nel piccolo parco c’è solo un uomo, un vecchio che passeggia col cane. E due ragazzi sulla panchina. Due innamorati. Parlano piano per non farsi sentire. Ho finto di non guardarli, e invece mi sono messa ad ascoltare le loro chiacchiere intime.
Ma… Parlano arabo. Come me. Anche loro stranieri nella loro città.
Io lo so perché. Perché lì, lontano, ad appena poche centinaia di metri da casa, si sentono liberi. Liberi di toccarsi, sorridere, corteggiarsi. Baciarsi. Sotto l’ombra compassionevole e indifferente del nemico.
Ma perché!?
Ma perché non c’è una piazza, qui, a Gerusalemme, dove perdersi. Una panchina per innamorati. Una panchina come un’astronave che ti porti in un momento a Chicago. A Beirut. Sulla Luna.
Per dimenticarsi che questa Città è diventata ostile e separata. Murata.
(Dal buio entra Musa)
Musa: Mi chiamo Musa Dajani. E quella accanto al cancello elettrico era una delle case della mia famiglia.
Nura: Musa Dajani. Il figlio di Tawfik Dajani. Lo vedo con i suoi fratelli, tutti insieme a giocare sotto il cipresso. Il padre faceva il commerciante di tessuti.
La polvere del vento del deserto. Ogni tanto una folata portava via la polvere dai rami…
E poi il gelso lì accanto. Le bacche erano di quelle rosse. E per terra sporcavano. I vestiti dei bambini erano pieni di macchie violacee.
Il cipresso. I gelsi. Musa. Musa Dajani.
(Musa arriva quasi in proscenio.)
Musa: La prima volta avevo 13 anni. Ero lì, fuori dalla Porta di Erode, lungo le grandi Mura antiche. Appena uscito da scuola, sulla via per tornare a casa. Elias, Hanna, Mohammed, e io, tutti noi assieme. Come sempre, dalle 8 della mattina, quando entravamo a scuola, e Suleiman, il custode, ci urlava dietro perché eravamo in ritardo. Fino a sera, per strada, dentro la Gerusalemme vecchia.
Scappavamo. Io, Elias, Hanna, Mohammed. Correvamo, e le scarpe facevano rumore come gli zoccoli dei cavalli che ci inseguivano. Alti, belli, spaventosi. I cavalli della polizia.
Quando mi hanno preso, è arrivata di colpo sino ai piedi. Calda. No, tiepida, consolante. E poi di colpo fredda. I jeans bagnati, pieni di piscio.
Mi sono vergognato. Ho pensato a mia madre, a quante me ne avrebbe dette. I jeans nuovi, sporchi, da lavare. Ho pensato a mia madre e al suo dolore. Ma mi avevano insegnato a essere forte, a non versare una lacrima, nel caso gli israeliani mi avessero preso.
“Qual è il problema?”, mi diceva Ammo Mahdi. “Tanto, è toccato a ognuno di noi…”.
Le manette di plastica, quelle che, da altre parti del mondo, servono a legare rami. Non le mani.
E la benda che ti mettono sulla fronte, per non vedere dove ti portano. La camionetta che sbanda, la nausea che ti prende perché non vedi niente, e non ti puoi reggere, dietro, nel cassone della camionetta. E poi via al centro interrogatori.
Nura: è scesa silenziosa. Tiepida, sulla guancia, quell’unica lacrima. Ho cercato di fermarla, ma i nostri figli valevano quella lacrima. Più della mia dignità. Più del sumud, della fermezza e della pazienza.
Lo aspettavo, quel momento, quel dolore lancinante. Fermi, che fate? No, per pietà. È solo un bambino. E si fa la pipì addosso. Tiepida, come quell’unica lacrima.
Non li abbiamo protetti, non li abbiamo protetti i nostri figli, e lo sapevamo. Un figlio maschio, un onore e una gioia, e poi, come tutte noi, un dolore che squarcia il petto.
Le madri, e le foto dei figli, morti, uccisi, suicidi, in galera, invalidi, saltati per aria, stravolti, pazzi, con un mitra in mano o un mitra puntato contro.
Figli perduti. Ragazzi perduti. In ogni stagione di questa guerra per te, Gerusalemme.
Ma tu, Gerusalemme, lo vali tutto questo dolore? La vali, Gerusalemme, la vita dei nostri figli?
Io ti scomunico. Scomunico la tua santità!
Musa: Donna, che dici! Gerusalemme la vale la mia vita! E la tua. Gerusalemme è la nostra storia. Senza di lei, non esisteremmo.
Nura: non bestemmiare, ragazzo… Esistiamo, e senza di lei. Carne e ossa. Piscio e lacrime. Anche se lei, la Città, è la nostra storia. Non solo la nostra. Storia.
Musa: ah, ti ho capito. Tu sei una di quelle che la darebbe via, Gerusalemme. Ti porterai via le valigie, e lascerai indietro proprio lei, La Santa. Tu Gerusalemme la daresti a loro. Agli altri. A quelli che ci hanno rubato le case, anche qui a Musrara.
Nura: I Dajani. Sono fuggiti per la paura. Come gli altri. Era d’aprile. 1948. La voce si era diffusa, subito, come il fumo della paglia. Ci ammazzano, entrano nei villaggi. Hanno ucciso la gente di Deir Yassin.
Nura: Faranno così anche con noi. Dobbiamo andarcene. Chiama un taxi, chiama Abu Fadhi, che lui sa le strade per arrivare a Damasco.
Poche ore, e saremo in salvo. E poi rientreremo. Pochi giorni e rientreremo a casa. Il tempo di un cessate il fuoco. Pochi giorni…
Pochi giorni. Uno, due, cento. Anni. Generazioni.
Musa: La storia. La storia…
Nura: I Dajani… Qui, a casa loro, non ci sono più. Neanche i fantasmi, ci sono. Sparsi per il mondo, ora. Qui i Dajani non ci sono più tornati. Una questione di passaporto. Nessuno glielo aveva detto, che avevano bisogno di un passaporto per tornare a casa loro.
Musa: La mia Storia. La mia Storia. Mi vuoi togliere anche quella? Ma io non voglio più essere clandestino sulla mia terra. Né in esilio, né padrone. Né fantasma. Né nascosto come uno scarafaggio. Nascosto e rabbioso. Sempre pronto a scappare di fronte ai poliziotti. Pronto a recitare la parte, rallentare il passo, camminare indifferente, nella speranza che i ragazzi in divisa non mi fermino, appena fuori da una delle porte antiche.
Come di fronte a quella ragazza in divisa, che mi guarda e muove la mano.
“Documenti. Hawiyeh. Hawiyeh. Carta d’identità.”
Ma che ne sai tu di me? Le avrei voluto dire.
“La maturità l’hai fatta anche tu come me l’anno scorso?” Avrei voluto dirle. Invece me ne sono stato zitto.
Lei non mi guardava nemmeno. Ho sudato freddo. Ho fatto finta di nulla.
“Aspetta, aspetta! Ehi tu, aspetta! Mettiti di lato!” Proprio vicino alle mura di Solimano. Mi sono appoggiato alla pietra, la schiena contro le Mura.
La pietra è fredda, scolpita, irregolare. Mi fa male e mi distrae da lei, la ragazza in divisa che si sforza di fare gli occhi severi e crudeli, e invece abbassa lo sguardo.
Controlla il documento, lo rigira con due dita, come un cartoccio unto.
Ho acceso una sigaretta per non sentire più il cuore che partiva. Partito. Tachicardia, come al solito.
Ho lanciato uno sguardo ancora verso la ragazza in divisa che chiamava la Centrale. L’ho sentita urlare nella radio il mio nome e cognome e la residenza con quel suo accento da ragazza israeliana. Della periferia di Tel Aviv. Periferia popolare. Sud. Perché un sud anche in Israele ci deve pur essere.
Ha urlato ancora il mio nome, storpiandolo.
“Musa Dajani. Musa.”
Sì, sono io, Musa. “Sono Moshe, sono Mosè. Sono la stessa cosa, lo stesso profeta, la stessa carne. Il mio corpo è lì, lo puoi vedere, su quel monte appena al di là del mar Morto. Ci sei mai andata? Ti farebbe bene, vedere ora la Terra Promessa dal Nebo, da quel monte su cui io, Mosè, sono rimasto attaccato alle pietre. Lontano dalla Terra. Forse perché è Santa solo per noi, ma non per Dio.”
Avrei voluto urlare, invece niente. Me ne sono stato zitto.
“Musa Dajani. Musa.”
“Sì, sono io.” Le ho detto. E lei ha urlato. Le ho lanciato uno sguardo, e ho girato la testa verso mio cugino Mohammed che era già lontano. Da me. Da lei.
Con mio cugino eravamo usciti assieme per andare al lavoro. A tirar su una delle vostre nuove case, da muratori. Muratori in nero. E ora lui era già lontano. Ho ringraziato il cielo. Ma io no. Io ero ancora lì.
“Può darmi il documento indietro, ora.”
“Tra un minuto”.
Cinque. Dieci. Quindici.
Ma più il tempo passava e più io ero ancora lì. Ancora lì.
“Mi porteranno al centro interrogatori, forse senza manette di plastica, solo per controlli?”
Una giornata sospesa, ancora una volta. Un minuto, cinque, quindici. Forse libero. Forse no.
La ragazza in divisa teneva sempre lo sguardo basso. Anche quando mi ha ridato velocemente il documento. Solo per un momento l’ho vista. Nel senso che sono riuscito a vedere i suoi occhi, e non le sue palpebre.
Bella. Bellissima. Bella e timida. E io ho pensato che sì, l’avrei potuta corteggiare, magari a Londra. A Chicago. Come possono fare i miei amici, i palestinesi che sono lì. Ma qui, no. Qui a Musrara, no.
(Musa inizia ad arretrare)
“Salvami da questo oceano /
perché non so nuotare. Anneghiamo assieme, io e te, ma non te lo posso dire.
E tu non lo puoi leggere nei miei occhi.
Perché non mi guardi.”
Nura: Dovevi costringerla. Costringerla a guardarti. Guardarla, intensamente. Non attraverso le visiere che indossavate, tutti e due.
‘Oh, meraviglia! Amore, ch’a pena è nato, già grande vola, e già trionfa armato’.
Musa: Armato. Armato? Anche l’amore?
(voce sempre più flebile. Arretra e scompare nel buio).
Nura: Magari. Magari fosse armato di innocenza. Ma tu, Musa, eri lì, e lei non era accanto a te, era di fronte a te. La visiera abbassata. Gli occhi abbassati.
Come li avevo io, quando Moshe passava davanti al caffè.
È successo quando Gerusalemme era diversa. La guerra tra noi e loro non era ancora arrivata. E neanche la rivolta, la Grande Rivolta araba degli anni Trenta.
Io ero già sposata, già delusa, eppure viva.
Arrivarono, gli immigrati ebrei. Pochi, all’inizio. Non avevano mai visto Gerusalemme, ma l’avevano sognata. Forse. L’avevano pregata. Certo.
Non sapevano come parlare con noi. In quale lingua. Non sapevano che cosa mangiassimo. Non conoscevano questa terra.
E arrivò anche Moshe.
Moshe passava da qui, davanti al caffè, andava verso il quartiere ebraico. Veniva da su, dal quartiere nuovo che gli immigrati avevano costruito fuori dalle Mura. Verso la porta di Giaffa. Ed erano belle case.
Moshe lavorava alla radio di Gerusalemme, qui vicino, che gli inglesi avevamo messo su per far raccontare la città agli ebrei che arrivavano, e ai palestinesi.
Ci lavorava Moshe, alla sezione ebraica, l’immigrato. E ci lavorava anche mio cugino, il palestinese, alla sezione araba. Mio cugino che aveva studiato più di me, e di noi altri ragazzini.
Moshe parlava agli ebrei, alla sua gente. Mio cugino a noi, ai palestinesi. Anche lì, anche alla radio, come su questa terra, non eravamo mai assieme.
Nabil e gli altri musicisti:
venuto qui. Immigrato. Terra. Nostra. La nostra terra. Le nostre case. Loro. Noi. Catasto. Documento di proprietà…Carta d’identità. Hawiyeh. Nostra. Nostra. Esproprio. Esilio. Sumud. Muqawama. Resistenza. Intifada. Nostra. Terra. Storia. La Palestina non esiste. Non ci siamo. Non esistiamo. There is no Palestine. Popolo. Terra. Ard. Ardi. Li. Liiii.
Nura: Smettila, Nabil.
Dio, proprio tu, qui, Dio, a Gerusalemme, che è più vicina a te. Gerusalemme la Santa. Fallo tacere. Togligli dalla bocca quella melassa. Basta! Non voglio più le parole di prima. Le voglio lavare, pulire. Le voglio sincere. Parole piene.
Nura: (in un angolo come a pregare.) Sì, mi sono innamorata di Moshe, l’ebreo che era venuto a Gerusalemme. Io, Nura, palestinese, di fede cristiana, figlia di Elias, del caffè vicino alla Porta di Damasco, mi sono innamorata di Moshe, l’ebreo che era venuto a Gerusalemme. Io, Nura, palestinese di Gerusalemme, palestinese di Al Quds la Santa, mi sono innamorata di Moshe, l’ebreo che era venuto a Gerusalemme. Io, Nura, e Nura vuol dire Luce, in arabo, mi sono innamorata di Moshe, l’ebreo che era venuto a Gerusalemme. Illuminata da quell’amore che covavo nascosta, silenziosa. Mi sono innamorata di Moshe, l’ebreo che era venuto a Gerusalemme. Incarcerata da una passione che era vita, ma non era realtà. Mi sono innamorata di Moshe, l’ebreo che era venuto a Gerusalemme.
Moshe passava, qui, davanti al caffè. Diritto, senza voltarsi. Quasi mai. E dentro quel ‘quasi’ era tutto il nostro amore.
Mi sfiorò una volta con gli occhi, come una carezza sulla spalla.
Uno sguardo fragilissimo, pochi secondi di abbandono, prima che Moshe riprendesse il senso di sé. E il senso di noi, non ancora nemici. Ma estranei, sì. Estranei, certo.
Moshe: Ti ho sfiorata, certo. Non sapevo chi eri. Ma sapevo a chi appartenevi. Tu eri tu. E di te non sapevo neanche il nome. Non era importante. Il nome. Eri lì. Ogni volta che io passavo davanti al tuo caffè. Tu c’eri sempre. Eri la Storia.
Nura: La Storia. Se proprio lo vuoi sapere, Moshe, vorrei essere il tuo presente. Vorrei che noi, noi due, fossimo il presente e la storia assieme. Oltre questa città.
Moshe: Su una panchina. Lontano.
Nura: Poi ce ne furono altri, di sguardi. Meno fugaci, meno fragili. Per giorni e mesi, come un appuntamento da non mancare. Mai.
La guerra era alle porte. Gerusalemme era spaccata. La radio, la radio… Tutto era cambiato. Anche lì alla radio, a dieci minuti di strada dal caffè. Davanti alla radio avevano messo una bomba. E poi c’era il filo spinato, appena fuori dalla Porta di Damasco. I fucili, quando sparano, fanno un rumore strano e indimenticabile. Dicono sia un rumore secco. Anonimo. Lontano. Come se la morte non ci debba riguardare.
Noi due ci eravamo imbrigliati nella rete silenziosa dei nostri occhi. E silenziosi lo siamo stati anche quando, un giorno, sei entrato nel caffè e io ero sola. Caso raro. Caso fortuito. Non abbiamo perso tempo, perché non ne avevamo, di tempo. Non più estranei, ma ora nemici per tutti.
Moshe: Sì, sono entrato nel tuo caffè. Il caffè degli altri. Oltre la porta davanti alla quale passavo quasi ogni giorno. Attratto, come una calamita. Da te.
C’era il grammofono. Ascoltavate una musica che andava oltre Gerusalemme. Una musica che mi parlava del Cairo, di Damasco. Ma dov’erano, Cairo, Damasco…? Non lo sapevo. Lontane. Erano lontane. E io me le immaginavo con la vostra musica. Ogni giorno che passavo davanti al vostro caffè, vi sbirciavo. Sbirciavo te, Nura, tuo padre, tuo marito. Voi. Vi sbirciavo mentre continuavate a vivere la vostra storia.
Il caffè, il fumo, i giochi, le carte. Chiacchieravate, e io non capivo nulla. Arabo, era arabo, era la vostra lingua. Non la mia.
Solo tu, Nura, mi parlavi. In silenzio.
C’era profumo, di tabacco bruciato e di caffè, di cardamomo. E c’eri tu. Sola. Siamo rimasti soli. Per poco. Per il tempo giusto.
Nura: Ci siamo rubati assieme il nostro tempo. Ci siamo amati di fretta, io e te Moshe. Come un’oasi nelle nostre vite.
Moshe, tu sei stato il mio tempo della passione e della felicità. Rubato a un marito imposto dalla famiglia, alla guerra imminente, ai nemici immaginari, a Gerusalemme. Abbiamo rubato il nostro tempo alla città crudele. La città che è sopra di noi. Che ci nasconde al mondo, a noi che siamo qui. I suoi abitanti.
Io e te Moshe ci siamo amati, anche senza il consenso di Gerusalemme. E Gerusalemme non ci ha dato la sua benedizione.
Moshe: Chi ci avrebbe dovuto benedire, Nura? I miei? I tuoi? Gli altri? Questa città che porta il peso di tutto il mondo?
Nura: No, non ci siamo potuti amare, se non per quel poco tempo che abbiamo rubato alla Storia. E poi, siamo stati trascinati. Di qua e di là.
Davanti a quel caffè, Moshe, tu non ci sei più passato. La storia ha tracciato una linea, con una matita, una linea su una mappa. La chiamano la Linea Verde.
Moshe, tu sei rimasto di là e io dall’altra parte del Muro. Allora. Oggi.
Moshe, tu non sei più riuscito a guardarmi. A sfiorarmi con gli occhi. Non mi vedevi più. Non c’ero più, neanche per te, mio cuore.
Moshe: Non è vero. Ci sei ancora. Anche se non voglio, non devo. Sei come un tarlo che mi scava dentro.
Nura: Ma allora cosa vuoi tu da me, ora, Moshe? Cos’altro vuoi? Perché non mi lasci libera?
Moshe: Nulla, non voglio nulla. Perché io possa avere pace tu non dovresti esistere.
Nura: In fondo, io già non ci sono. Non ci sono più per te, mio cuore. Me ne vado, e ti rendo tutto più semplice, Moshe. Resta tu, solo con la tua Gerusalemme.
Moshe: Non cambierebbe nulla, Nura. Anche se tu te ne andassi. Tutto, qui, tutto, odora di te. Ci sei. Ci sono le tue orme, sulle pietre. Sei tu che le hai consumate.
Nura: Basta! Sono troppo stanca. Me ne vado. E se ne va anche il mio caffè. Il grammofono. Il tempo in cui ci avete conquistati. Quando l’ebraico lo abbiamo imparato perché serviva per campare. Per i poliziotti, per pagare le tasse, per andare allo sportello della posta.
Ho sempre benedetto il giorno in cui l’ho imparato, l’ebraico. Forse mi è servito anche per capirti, Moshe. Perché forse t’avrei anche potuto amare, se t’avessi conosciuto. T’avessi parlato.
Ma tu la mia lingua l’hai imparata? Mi hai parlato, Moshe? Mi hai chiesto come preparavo il caffè e chi me lo aveva insegnato? Mi hai chiesto di mia nonna, che mi ha regalato gli orecchini che porto? E di questa casa e di questo caffè? Della mia musica, di Umm Kulthoum, di Abdel Wahab… della poesia e delle favole?
Moshe: No, non ti ho chiesto nulla.
Nura: Perché?
Moshe: Perché mai? Avrei dovuto prima chiedere molto a me stesso. Perché sono venuto qui? Cosa volevo trovare a Gerusalemme? Perché ho lasciato tutto alle spalle?
Nura, lo capisci? Non avrei potuto costruire nulla con te.
Nura: Nulla? Solo ‘nulla’?
Moshe: Proprio con te. Con voi… Gli usurpatori.
Pensavo di trovare solo una terra. Ed era fin troppo. La memoria. L’origine. La terra di Dio. Santa.
E invece ho trovato i tuoi occhi. Il caffè, le vostre case.
Mi hai fatto tante domande senza saperlo, amore mio.
Nura: E allora, perché sei rimasto in silenzio?
Moshe: Cosa avrei dovuto fare? Buttare giù i muri, certo.
Un giorno sono uscito di casa. Sono entrato alla Porta di Giaffa, come sempre. Ma stavolta il cuore mi batteva a mille. Volevo vederti. Che so… magari dirti di scappare con me. A Chicago, sulla Luna. Ho urtato un ragazzo, senza farlo apposta. Mi ha urlato nella vostra lingua. Non ho capito niente. Ho solo visto il suo rancore.
Ho lasciato perdere.
Gerusalemme è la mia àncora. È tutto più semplice, sai? Le pietre. Le nostre pietre sante sono più semplici. Ti dicono quello che vuoi ascoltare. E non fanno domande.
Nura: Già. Tu sai tutto della tua, di Gerusalemme. Di ogni pietra, di quelle antiche.
Moshe: E’ vero, sì, so tutto. Delle mie pietre. Moshe sa tutto delle sue pietre. Anche quel ragazzo, lì, Musa, conosce le sue, sin dalla nascita. Noi di Gerusalemme sappiamo tutto ciò che c’è da sapere. Tutto quello che ci hanno detto, di sapere.
Nura: Ma certo, è vero. Tutto sapete, voi profeti, delle pietre su cui pregate, piangete, pisciate, bestemmiate, lottate.
Ma certo, tu non sai nulla di me. Nulla hai saputo, neanche il mio nome, quando mi hai amato nel caffè. Non serviva, sapere qualcosa di più. Neanche quando mi sono accorta che aspettavo un figlio, un figlio di Gerusalemme. Tuo e mio.
Una vittima predestinata, quel figlio, tanto che non è neanche voluto nascere. Morto come la mia speranza, che hai ucciso perché niente mi hai chiesto.
Moshe: Morto, anche lui.
Nura: Morto in silenzio. Come gli altri figli, gli altri ragazzi. Morto dietro un sudario, sempre bianco ma mai immacolato.
Pietà, anche su Musa! Musa, il giovane Musa…
Ma neanche tu, Musa, sai nulla di quella ragazza in divisa che ti ha fermato e ti ha chiesto i documenti e che conosce il tuo nome e il tuo cognome. Neanche tu, Musa, ti sei chiesto dove fosse nata, e quali canzoni avesse mai cantato. Nulla hai chiesto, che ti spiegasse i suoi occhi timidi. Vuoi aspettare di incontrarla a Chicago? Lontano da Gerusalemme?
Ah, mio cuore, mia città disperata, perché i tuoi figli non ascoltano i pensieri dei propri nemici? Io la sento. La sento nelle mie orecchie, quella ragazza. Sì, la soldata. Di cui non conosci neanche il nome. La senti anche tu?
“Perché non mi chiedi com’è fatta la mia casa, appena oltre Tel Aviv?” – ti sta dicendo. “Perché non mi chiedi cosa mi raccontano di te? Perché non mi chiedi dove vorrei scappare, lontano da qui? Sì, vorrei volare a Chicago, come te.”
Perduti, tutti. Perduti come noi, quei ragazzi. Perché nulla, sanno. Neanche il Dio, che è in ciascuno, di qua e di là. Questo caffè non ha più senso, lo capisci anche tu, Nabil? Siamo lontani, nel tempo.
Nabil: (Effetto eco) la tua voce è già lontana, Nura. Ha già lasciato Gerusalemme. Ma io, ma noi resteremo qui, come fantasmi. Statue di sale. Ci guarderanno, come si fa con i souvenir. E ci chiederanno cosa ci facciamo qui, a Gerusalemme. Chi siamo. Io continuerò a fare quello che ho sempre fatto. Ascolterò i discorsi. Le vite degli altri.
Nura: Resta, se non puoi fare altro. Ma il nostro tempo è finito. Finito il tempo del nostro caffè.
Nura: Moshe, ieri ho visto una ragazza che potrebbe essere la figlia che non abbiamo avuto. Voluto. Bella, era. I suoi occhi…. Chiari, spaesati.
Una dei tuoi, sai? Lavorava accanto a un ragazzo, che era uno dei miei. Si guadagnavano da mangiare dietro a un bancone.
Sarah… Mohamed… Sarah, Mohamed. Mohamed. Sarah. Sarah.
Un’ora d’aria rubata alle regole di Gerusalemme. E poi, via, di nuova a casa, nei recinti, dietro i muri.
Moshe: E allora? Vedi, non è cambiato niente. Sono nei recinti, come noi.
Nura: Ma loro almeno si parlavano.
Sono stata ad ascoltarli per ore. Parlavano. E allora ho pensato, sì, è ora che io vada. Me ne devo andare. Devo chiudere il baule e dentro, con cura, metterci anche questa tazza. La tazza di Sara e di Mohammed.
Moshe: E’ solo una tazza. L’ennesimo souvenir di questa città. Perfetta, questa tazza, per imbonire tutti. Io e te. Musa e la ragazza. Lascia perdere. Non finirà mai.
Nura: Non finirà il tempo. Ma il nostro è già finito. Per noi, ora, è tempo di andare, Moshe.
E’ ora di lasciarli liberi, questi ragazzi.
(Il testo teatrale di Cafè Jerusalem è registrato alla SIAE – sezione DOR)
La foto è di Giovanna Cavallo.
Il testo teatrale è stato portato in scena in prima nazionale al Teatro Duse di Genova, in cartellone, nel marzo 2015, con una produzione Teatro Stabile di Genova /Suq – Chance Eventi. Regia di Pino Petruzzelli. Interpreti: Carla Peirolero, Pino Petruzzelli
Rappresentato nei teatri di Roma (Sala Petrassi all’Auditorium Parco della Musica), Milano (Teatro Menotti), Bari (in collaborazione con Teatri di Bari-Teatro Kismet allo Showville), Brindisi (Teatro Verdi), Alessandria (Teatro Alessandrino), Sansepolcro (Teatro Dante). E a Palermo in due appuntamenti: il primo al complesso monumentale dello Spasimo di Palermo, nel settembre del 2015; il secondo al Real Teatro Santa Cecilia, il 24 febbraio 2017, scelto tra gli spettacoli teatrali della prima Biennale Arcipelago Mediterraneo (BAM), organizzata dal Comune di Palermo
E’ in distribuzione attraverso Suq Chance Eventi / Cosmasola.
