Ne ho contati 13, stamattina. 13 fiori di ibiscus che hanno segnato il giorno, e che al tramonto si sono richiusi. Effimeri, nel senso pieno di una parola di cui, nella maggioranza, si è perso il significato primo. Etimologico. Durano un giorno solo, i fiori d’ibiscus, dall’alba al tramonto. Il giorno dopo, caduchi, si staccano dalla pianta, mentre altri grandi boccioli sono pronti ad aprirsi.
Quest’anno il mio ibiscus, quello che coabita nel vaso con le fresie e con una piccola edera senza che vi sia stato intervento umano, ha deciso di far fiori come mai in questi dieci anni. Un caso. Certo, è un caso. Ma lo stesso succede alla bougainvillea, alla mia pianta “pazza” (majnuneh, appunto, la chiamano gli arabi per quel suo andare errando, dove capita, senza un ordine a noi comprensibile). E lo stesso succede alla jacaranda, che sale e sale, e che in un anno e mezzo è cresciuta di oltre un metro.
Eppure, sono piante che crescono senza una cura di quelle serie. Crescono perché vogliono crescere. Do loro un po’ d’acqua, e quando mi viene la voglia la tanta acqua che usava dare Khaled, il giardiniere, nel grande giardino condominiale del Cairo. Poi basta. Nessuna cura scientifica di cui sono prodighi quelli che seriamente si occupano di piante, che riconoscono fiori e foglie come se fossero sommelier botanici. Le mie piante vogliono crescere, mettiamola così, anche se è toccato loro crescere in cattività e con una umana un po’ anarchica.
Un’amica cara oggi mi ha scritto: “si vede che ti volevano a casa”. Ed è per questo che mi stanno regalando così tanti colori e rami e foglie. Sarà? Sarà. Bello pensarlo. E certo, a stare in mezzo a loro, pur tra i segni del nostro costruire e cementificare, viene da pensare che quell’empatia necessaria tra specie e ordini viventi si colga solo in questi momenti stranamente benedetti. Proprio quando sentiamo il pericolo di nuovo vicino, come un fiato che non rispetta le distanze per la nostra sicurezza.
