Il conflitto israelo-palestinese è uno di quei conflitti di cui bisogna imparare, pazientemente, i codici. E soprattutto mai giungere a conclusioni affrettate. Come quelle dei tanti articoli, sulla stampa italiana, in cui l’omicidio mirato compiuto dall’esercito israeliano a Betlemme (sono stati uccisi tre militanti della Jihad islamica e uno delle brigate di Al Aqsa, legate a Fatah) veniva considerato un colpo al mandante dell’attacco alla yeshiva Merkaz Harav Kook Gerusalemme, in cui sono stati uccisi otto studenti.
Amir Rappaport è uno dei giornalisti israeliani che ne sa di più di questioni militari. Nel suo articolo del 13 marzo su Ma’ariv, scriveva – riguardo non solo agli assassini mirati di Tsahal a Betlemme, ma anche a quello compiuto nella mattina, a Tulkarem, in cui è stato ucciso un membro della Jihad islamica – che “none of yesterday’s operations were linked to the terrorist infrastructure that stood behind the terror attack at Mercaz Harav Yeshiva last Thursday, but both attest to the great vigilance in the IDF against additional terror attacks that are apparently being planned at present.”