L’altalena

La frontiera è invisibile. Eppure, non si può non vederla, a cento metri dalle finestre di casa. Corre proprio lungo quello che poco meno di quarant’anni fa era un confine reale, e che formalmente – in questi decenni – è diventata una delle arterie della Gerusalemme unificata, la Road no.1. Che quel lungo nastro che si srotola tra est e ovest, tra palestinesi e israeliani sia rimasta ancora una frontiera – della mente, dei cuori, della quotidianità – lo vedo dai miei gesti e dai piccoli eventi che cambiano il paesaggio.
Da Musrara, il quartiere dove vivo, basta una breve passeggiata per arrivare alla Città Vecchia. Poche centinaia di metri per entrare alla Porta Nuova, il cuore del settore cristiano. Dove, però, è spesso impedito agli israeliani di entrare. Se vogliono, dice la polizia, possono allungarsi di qualche altro centinaio di metri, e passare dalla Porta di Giaffa. Per i palestinesi di Gerusalemme che escono dalla Porta Nuova per andare – per esempio – all’ufficio postale di Jaffa Road, è invece frequente un primo controllo dei documenti proprio accanto al collegio Terrasanta. E dopo cinquanta metri, a pochi passi dal Municipio, è probabile che ce ne sia un secondo.
Per me c’è un trattamento diverso. Che io sia una straniera occidentale è evidente a tutti. Ai palestinesi per il mio abbigliamento e i miei occhi chiari. E anche agli israeliani, che però qualche volta mi chiedono indicazioni stradali in ebraico per i miei capelli cortissimi. In voga a Tel Aviv. Molto di meno a Roma. Il mio look, comunque, fa sì che io percorra questo confine come una spettatrice di fronte a eventi che non mi dovrebbero appartenere. Come se il mio corpo fosse una zona franca. E potesse osservare la vita della città come gli angeli di Wim Wenders guardavano Berlino, passando con un leggero fruscio accanto ai suoi veri abitanti.
Così, vado giù fino alla Porta di Damasco, dove il macellaio ha cominciato solo da poco a rivolgersi a me in arabo. Le prime volte, mi parlava in ebraico perché non sapeva come e dove collocarmi. E qui, a Gerusalemme, ogni individuo deve avere un suo posto preciso: in una comunità, in un settore, in una categoria. Io sono una straniera, sono una giornalista, sono una cristiana, sono una madre, vivo a ovest in un quartiere di confine. Sono, dunque, dentro varie caselle: nessuna delle quali, però, copre la mia interezza.
Quando vado alla Porta di Damasco, che è già “dall’altra parte”, sono forse una straniera che si sa anche esprimere in uno strano arabo dall’accento egiziano, frutto dei miei tre anni al Cairo. La mia frequenza tra botteghe e bancarelle, così come le mie abitudinarie passeggiate a Salaeddin, mi hanno però trasformata anche in un elemento del paesaggio urbano. Non più una meteora, insomma, senza faccia e senza storia.
E così succede quando vado dall’”altra parte”: il YMCA per la palestra, Beit Agron per il mio lavoro, King George e Jaffa Road per lo shopping, il Supersol, la Cinemateque. È come se gli stranieri che abitano a Gerusalemme avessero il privilegio di viverla tutta, la città. Di superare, quando e come vogliono, quel confine dell’anima e della politica che corre parallelo alla Road no.1. Un confine che segna visivamente gli stessi ritmi di Gerusalemme: arteria affollata di prima mattina e nel primo pomeriggio. Deserta, invece, di shabbat, se non fosse per le macchine che vengono da est, e che per un breve tratto attraversano la Road no.1 per poi rituffarsi subito nella Porta di Damasco. Dove, al contrario, rumori e movimenti testimoniano che qui persino i giorni della settimana hanno significati e scansioni differenti. Trasformando Gerusalemme in un’altalena.

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