Mi sa che Carter ha dato fastidio

Allora, la situazione è questa: Jimmy Carter non ha seguito le “regole” non scritte, in vigore nella politica delle cancellerie europee e occidentali. Ha fatto un viaggio per conto suo tra i leader della regione mediorientale (leader in sella o leader nei fatti), fondando sulla sua età venerabile e sui rapporti personali con molti di loro. Ha portato a casa qualcosa, compresa la notizia, comparsa oggi su Haaretz e fornita da fonti autorevoli israeliane, che gli Usa dovrebbero essere più coinvolti sul tavolo siro-israeliano (ma lo aveva detto chiaro e tondo Carter nella conferenza stampa di Gerusalemme…). Poi è andato a parlare con Hamas, rompendo l’embargo politico-diplomatico che dura da due anni, e questo – sì – ha scatenato parecchio livore.
Il risultato, dal punto di vista informativo, è stato, dunque, ignorare la notizia di Carter e, invece, commentare il ruolo e la figura di Carter. Perché il vecchio presidente americano che rompe le regole e gli equilibri correnti dà molto fastidio. Che fare, allora? Minare l’autorevolezza e la reputazione di Carter, sminuire quello che ormai viene considerato una mina vagante e incontrollabile. Come ha fatto (ma non è il solo) Bernard-Henry Levy, pubblicato oggi sul Corriere della Sera. Un commento tutto passione e grande moralità, decisamente – però – povero della capacità analitica di chi conosce il Medio Oriente dall’interno.
La differenza, appunto, è questa. Carter conosce tutto il Medio Oriente, da oltre trent’anni. Per il Medio Oriente (allargato) ha pagato caramente in termini di carriera politica e di errori commessi, come l’infausta operazione militare per liberare i sequestrati all’interno dell’ambasciata americana a Teheran. Carter, però, non ha covato livore verso il Medio Oriente, a cui è invece sempre rimasto attaccato, in termini di lettura politica e in termini umani. Carter, insomma, il Medio Oriente l’ha sempre seguito in questi trent’anni, e ci è sempre tornato. In Israele e nel mondo arabo. O in Palestina, dove nel 2005 e poi nel 2006 ha seguito le elezioni come un normale osservatore internazionale, e non come un ex presidente e un premio Nobel. In Israele è tornato anche stavolta, senza saltare questa che lui considera una tappa fondamentale. Non solo, quello che ha detto lo ha detto al King David Hotel, in un albergo considerato, anche topograficamente, il centro di Gerusalemme ovest, ospitato da una fondazione israeliana che non può certo essere tacciata di radicalismo, omaggiato comunque da un’Israele che non è solo quella pacifista.
Gli israeliani, per un verso, sono più avanti degli intellettuali europei che la difendono a distanza. E non si sporcano le mani in questo posto complicato come, invece, Carter ha fatto. Sono pragmatici, e ascoltano con interesse coloro che di Medio Oriente se ne intendono. Anche quando sono così critici come Carter è stato. Agli israeliani non servono coloro che incensano Israele. Servono interlocutori, che magari si possano fare tramite, con la loro stessa persona, verso i protagonisti di questo pezzo di mondo. Che non possono essere cancellati con un tratto di penna o una semplice operazione militare.

Lascia un commento