Condoleezza Rice sta per tornare in Israele, e a poche ore dal suo arrivo si stanno concludendo le operazioni per la liberazione di 198 prigionieri palestinesi, una minima parte degli 11mila palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Il segretario di stato USA torna nella speranza di portare a Washington un qualsiasi accordo tra israeliani e palestinesi, nonostante le dichiarazioni pessimistiche da entrambe le parti, soprattutto nelle ultime settimane. Ieri, il consigliere di Abu Mazen sulla questione di Gerusalemme, Hatem Abdel Qader, mi ha detto che il contenuto delle trattative è ancora peggiore, per i palestinesi, di quanto proposto a Camp David nel 2000. In queste condizioni, cosa può portare a casa la Rice? Non molto, anzi poco. Ma per l’amministrazione Bush in via di trasloco è necessario un risultato, sia pur di facciata, specialmente dopo la brutta figura americana nel Caucaso e l’instabilità sempre più pericolosa del Pakistan. E per Ehud Olmert, che venerdì ha ricevuto per l’ennesima volta gli investigatori a casa per parlare dei fascicoli per i quali è indagato, è altrettanto necessario ottenere un risultato prima che lo scontro per la sua successione raggiunga punte talmente alte da mettere in gioco il suo stesso premierato: indicativo è quanto sta succedendo in questi giorni all’interno del governo israeliano, sulla questione dell’approvazione della finanziaria.
E per i palestinesi? Ancora una volta, come sempre è successo dopo l’uscita di scena di Ariel Sharon, sono due le debolezze che stanno tentando di ottenere un minimo risultato. Quella israeliana, che parte comunque da una posizione oggettiva di forza, rispetto ai palestinesi. E quella delle leadership palestinesi, spaccate non solo dal conflitto interno tra Hamas e Fatah, ma anche dalle fortissime pressioni internazionali per non mettersi d’accordo. La situazione, a Ramallah, è delicatissima: in ballo non c’è solo la possibilità di un accordo che riguardi anche Gaza, ma la stessa successione ad Abu Mazen. Se si condisce questo con le notizie che riguardano Hamas, e che cioè il viaggio di Khaled Meshaal in Giordania viene smentito dalle fonti vicine al suo ufficio, mentre continua comunque la mediazione egiziana nel negoziato tra le fazioni palestinesi, si capisce quanto tutto sia ancor più complesso e confuso di prima.
Intanto, le barche del movimento FreeGaza hanno ripreso il largo, lasciando il porto di Gaza City. L’isolamento è stato rotto. Simbolicamente. Si è parlato di nuovo di Gaza, per un giorno soltanto, dopo tanto silenzio.