Con la benedizione degli egiziani

I tempi si sono fatti più rapidi, di punto in bianco. Il dialogo interpalestinese doveva indicare che la terza fase era iniziata, nel complesso negoziato tra Israele e Hamas, dopo il raggiungimento della tregua di un anno e mezzo su Gaza, e lo scambio dei prigionieri. Le prime due fasi – come si sa – sono fallite, quando si è cercato (da parte di Israele) di cambiare l’ordine degli addendi, e di far liberare Gilad Shalit prima della tregua e dell’apertura dei valichi di Gaza. La novità, dunque, sta nel fatto che l’Egitto di Hosni Mubarak si è rifiutato di aspettare lo scioglimento dei nodi da parte di Israele, e ha deciso di partire con la terza fase. A prescindere. Via al dialogo interpalestinese, pochi sorrisi ma in compenso un’atmosfera meno tesa (almeno così sembra) tra Fatah e Hamas, i grandi avversari che negli ultimi due anni si sono talmente combattuti da far rischiare una guerra civile. Sotto lo sguardo vigile di Omar Suleiman.

L’obiettivo, comune, è un governo di unità nazionale di transizione, da varare entro la fine del mese di marzo. Niente di definito, dunque, ma la piattaforma di base era necessaria, per i palestinesi e per gli egiziani, per presentarsi lunedì a Sharm el Sheykh, alla conferenza per la ricostruzione di Gaza. In ballo ci sono quasi tre miliardi di dollari, una cifra iperbolica, ma che non spiega tutta la fretta. Non di soli soldi vivono i palestinesi, e neanche la loro politica. Il venticello che soffia, in questi giorni di transizione delicata, è quello per cui s’ha da cambiare il passo della politica occidentale in Medio Oriente. Lo si capisce dai piccoli, eppure importanti segnali. John Kerry che entra a Gaza. E poi il ministro degli esteri norvegese, durissimo nei confronti di Israele. E oggi Javier Solana, mr. Politica estera europea, che torna a Gaza per la prima volta dopo il giugno del 2007, e il coup di Hamas. Certo, non vedrà i dirigenti del movimento islamista, ma per ora non importa. Ci sono altri che li stanno incontrando per tutti noi, ha in sostanza fatto capire David Miliband.

A conferma di questo nuovo passo, è anche l’appello pubblicato sul britannico Times ieri, anch’esso alla vigilia della conferenza di Sharm alla quale, e non è un dettaglio da poco, parteciperanno anche i siriani. L’appello, dice che bisogna coinvolgere Hamas in qualsiasi processo di pace. An Israeli–Palestinian peace settlement without Hamas will not be possible. As the Israeli general and statesman Moshe Dayan said: “If you want to make peace, you don’t talk to your friends. You talk to your enemies.” There can be no meaningful peace process that involves negotiating with the representative of one part of the Palestinians while simultaneously trying to destroy the other. Non è una novita, e non è la prima volta che si dice, ma le firme sono pesanti, quelle di ex negoziatori sul dossier israelo-palestinese. Compreso Shlomo Ben Ami.

Eccole:

Michael Ancram
Lord Ashdown of Norton-sub-Hamdon
Dr Shlomo Ben-Ami (Israel Foreign Minister, 2000-01)
Betty Bigombe (former Uganda Government minister)
Alvaro de Soto (UN Special Coordinator for the Middle East Peace Process and Envoy to the Quartet, 2005-07).
Gareth Evans (Australian Foreign Minister, 1988-96)
Peter Gastrow (former Member of Parliament in South Africa and member of the National Peace Committee and the National Peace Secretariat)
Gerry Kelly (Sinn Féin member of the Northern Ireland Assembly)
John Hume (Leader of the Social
Democratic Liberal Party of Northern Ireland, 1979-2001)
Dr Ram Manikkalingam (Founder of the Dialogue Advisory Group)
Lord Patten of Barnes

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