Bellissimo, consolante, ironico, caldo, divertente. A tratti commovente. Ancora una volta, Ken Loach sorprende tutti senza però perdere un briciolo della sua cifra, non solo stilistica, ma anche etica. Il suo Looking for Eric (sono stata fortunata: era nella rassegna di Cannes a Roma, ieri sera, al Nuovo Sacher) è un inno all’amicizia, una sferzata alle città britanniche colme di violenza e solitudine, e un consolante appello alla speranza. Spiazzante il lieto fine, per chi ama Ken Loach. Ma questo vuol dire, ha giustamente notato la mia amica Simona, che c’è bisogno di amore, in momenti così duri e oscuri. La recensione sul Times di oggi descrive quasi tutto del film, meno – ovviamente – il plot finale. Che vale la visione.
Ieri ho capito perché, le rarissime volte che mi capita di andare al cinema, il destino vuole che io cada nella ‘trappola’ di Ken Loach. Perché – come Alaa al Aswani – è empatico con la strada. Inglese o egiziana che siano. Le strade sono tutte uguali. Grande sofferenza, pochi fronzoli, belle storie.
Ken Loach era salito agli onori delle cronache non solo per Looking for Eric a Cannes, ma anche per aver usato tutta la sua influenza sul festival internazionale di Edimburgo (in agenda la prossima settimana) perché rifiutasse un contributo di 300 sterline dell’ambasciata israeliana, per pagare il viaggio di una cineasta israeliana. Un boicottaggio economico, per Ken Loach, in risposta all’Operazione Piombo Fuso a Gaza.